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Perdono Iva, la condanna della Corte di giustizia non è assoluta

del 26/08/2011
di: di Giovanni Galli
Perdono Iva, la condanna della Corte di giustizia non è assoluta
Da quando, qualche giorno fa, è spuntata l'ipotesi di un nuovo condono tributario, non c'è chi non ricordi che, per quanto riguarda l'Iva, tributo di matrice comunitaria sul quale sorveglia la Corte di giustizia Ue, l'idea è impraticabile, avendo la Corte dichiarato la precedente sanatoria del 2002-2003 non compatibile con l'ordinamento comunitario.

Ferma restando l'inopportunità dei condoni (non solo tributari), per l'altissimo disvalore di cui sono portatori, nella sentenza di condanna del nostro paese per inadempimento degli obblighi comunitari pronunciata dalla corte (17 luglio 2008, C-132/06) si colgono alcuni passaggi dai quali, contrariamente all'opinione comune, sembra emergere non l'inammissibilità di principio di sanatorie sull'Iva, ma la bocciatura di «quelle» sanatorie, così come congegnate dagli artt. 8 e 9 della legge 282/2009.

La Corte muove dalla considerazione che le disposizioni comunitarie obbligano gli stati membri ad «adottare tutte le misure legislative e amministrative al fine di garantire che l'Iva sia interamente riscossa» nei rispettivi territori e che, a tal fine, essi devono «accertare le dichiarazioni fiscali dei contribuenti, la relativa contabilità e gli altri documenti utili, nonché a calcolare e a riscuotere l'imposta dovuta.»

In tale contesto, gli stati membri hanno una certa libertà di adozione in ordine ai mezzi che intendono utilizzare, libertà che è pero «limitata dall'obbligo di garantire una riscossione effettiva delle risorse proprie della Comunità e da quello di non creare differenze significative nel modo di trattare i contribuenti», in ossequio al principio di neutralità fiscale insito nel sistema comune dell'Iva, «in base al quale gli operatori economici che effettuano le stesse operazioni non devono essere trattati diversamente».

Dopo di che la Corte scende nel concreto, analizzando in primo luogo le disposizioni dell'art. 8 (dichiarazione integrativa semplice), che consentivano ai contribuenti che non hanno osservato gli obblighi relativi agli esercizi d'imposta compresi tra il 1998 e il 2001, ossia addirittura soltanto un anno prima dell'adozione della legge, di sottrarsi ad ogni accertamento e alle sanzioni fino a un limite equivalente al doppio dell'importo dell'Iva che risulta nella dichiarazione integrativa.

La rinuncia all'imposizione, osserva la corte, «è applicabile, in linea di principio, qualora il contribuente dichiari e corrisponda l'importo che avrebbe dovuto pagare inizialmente. Tuttavia, dato che un accertamento può essere eseguito solo per gli importi superiori al doppio di quelli che il soggetto passivo ha comunicato nella dichiarazione integrativa dell'Iva, la legge n. 289/2002 è tale da indurre fortemente i contribuenti a dichiarare soltanto una parte del debito effettivamente dovuto», con la conseguenza che «i contribuenti che beneficiano del condono ai sensi di questo articolo si sottraggono definitivamente agli obblighi a essi incombenti di dichiarare e di pagare l'importo dell'Iva normalmente dovuto per i periodi d'imposta compresi fra il 1998 ed il 2001».

Passando all'art. 9 (cosiddetto condono automatico tombale), la Corte osserva che queste disposizioni consentono ai contribuenti di discostarsi maggiormente da quello che avrebbe dovuto pagare per gli anni 1998-2001, permettendo loro di sottrarsi «a ogni controllo e a qualunque sanzione amministrativa tributaria e penale, versando un importo corrispondente al 2% dell'Iva dovuta sulle cessioni di beni e sulle prestazioni di servizi effettuate ed un importo pari al 2% dell'Iva detratta nel medesimo periodo. Percentuale che scende all'1,5% per un'imposta esigibile o per un'imposta detratta che superi 200.000 euro, e all'1% per un importo eccedente 300.000 euro. Inoltre, qualora l'importo dovuto in applicazione dell'art. 9 superi un determinato livello, la parte eccedente tale importo è ridotta dell'80%».

Le disposizioni, scrive la corte, consentono quindi ai «contribuenti che non hanno osservato gli obblighi in materia di Iva, relativi agli esercizi d'imposta compresi tra il 1998 e il 2001, di sottrarsi definitivamente a questi ultimi e alle sanzioni dovute per il mancato rispetto degli stessi, versando una somma forfettaria invece di un importo proporzionale al fatturato realizzato. Orbene, queste somme forfettarie sono sproporzionate rispetto all'importo che il soggetto passivo avrebbe dovuto versare sulla base del volume d'affari risultante dalle operazioni da lui effettuate, ma non dichiarate».

E ancora, «sostituendo, appena dopo la scadenza dei termini assegnati ai soggetti passivi per corrispondere gli importi dell'Iva normalmente dovuti, gli obblighi degli interessati risultanti dagli artt. 2 e 22 della sesta direttiva con altri obblighi che non richiedono il pagamento dei suddetti importi, gli artt. 8 e 9 della legge n. 289/2002 svuotano di contenuto questi articoli della sesta direttiva, che sono tuttavia alla base del sistema comune dell'Iva e incidono, pertanto, sulla struttura stessa di questa imposta. Lo squilibrio significativo esistente tra gli importi effettivamente dovuti e quelli corrisposti dai contribuenti che intendono beneficiare del condono in questione conduce a una quasi esenzione fiscale.»

La legge 289/2002, quindi, pregiudica seriamente il corretto funzionamento del sistema comune dell'Iva. Le disposizioni di detta legge, introducendo rilevanti differenze di trattamento tra i soggetti passivi sul territorio italiano, alterano il principio di neutralità fiscale. Per lo stesso motivo, queste disposizioni violano l'obbligo di garantire una riscossione equivalente dell'imposta in tutti gli stati membri, «poiché i contribuenti in Italia possono attendersi di non dover versare una parte significativa dei loro oneri fiscali».

Considerato, inoltre, che i casi di esclusione dall'applicazione delle disposizioni in esame sono molto limitati, il condono si qualifica «come una rinuncia generale e indiscriminata al potere di verifica e rettifica da parte dell'amministrazione finanziaria».

Un'altra criticità evidenziata dalla corte, invero per contrastare un argomento difensivo prospettato dalla nostra difesa, attiene agli aspetti temporali del condono, che è stato introdotto «appena dopo la scadenza dei termini entro cui i soggetti passivi avrebbero dovuto pagare l'Iva», sicché consente «ai soggetti passivi interessati di sottrarsi definitivamente agli obblighi a essi incombenti in materia di Iva, anche se le autorità fiscali nazionali avrebbero potuto individuare almeno una parte di questi contribuenti durante i quattro anni precedenti alla data di prescrizione dell'imposta normalmente dovuta».

È sulla base di queste precise ragioni che la Corte, accogliendo il ricorso della commissione, ha dichiarato che «la repubblica italiana, avendo previsto agli artt. 8 e 9 della legge n. 289/2002 una rinuncia generale e indiscriminata all'accertamento delle operazioni imponibili effettuate nel corso di una serie di periodi d'imposta, è venuta meno agli obblighi a essa incombenti ai sensi degli artt. 2 e 22 della sesta direttiva nonché dell'art. 10 Ce».

Non sembra quindi esatto affermare che la Corte abbia sancito una sorta di inammissibilità di principio di qualunque sanatoria Iva. Anche se, va ricordato, la stessa corte di cassazione ha tratto dall'intervento dei giudici comunitari un principio del genere, applicandolo alle disposizioni dell'art. 16 della legge n. 289/2002 sulla definizione agevolata delle controversie pendenti, nelle quali non si rinvengono affatto quegli elementi critici rilevati dalla Corte di giustizia nelle disposizioni degli artt. 8 e 9.

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