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Avvocati, pubblicità alle tariffe

del 23/08/2011
di: di Antonio Ciccia
Avvocati, pubblicità alle tariffe
Gli avvocati potranno informare sulle tariffe praticate e indicare, ad esempio in una brochure di presentazione dello studio, quanto costa una separazione, un recupero crediti o uno sfratto e così via. I clienti, se ritengono di scegliere il legale di fiducia in base al fattore prezzo, potranno, così confrontare le tariffe praticate. Il decreto sulla manovra bis (decreto legge 138 del 2011) scrive, infatti, una disposizione di principio sulle comunicazioni relative agli studi legali, ma, a parte la questione del livello dei compensi, le rimanenti regole riproducono norme del codice deontologico forense.

Vediamo di illustrare la novità, che pure è destinata a far discutere, poichè rischia di intaccare il principio del decoro nelle comunicazioni informative. Il decreto 138 del 2011 scrive che entro un anno le leggi professionali (di tutte le professioni, non solo quella forense) dovranno essere rimodulate, per recepire alcuni principi.

Tra queste regole generali si segnala quella per cui è dichiarata libera la pubblicità informativa, con ogni mezzo, avente ad oggetto l'attività professionale, le specializzazioni e i titoli professionali posseduti, la struttura dello studio e i compensi delle prestazioni. La norma aggiunge che le informazioni devono essere trasparenti, veritiere, corrette e non devono essere equivoche, ingannevoli, denigratorie.

Per gli avvocati la materia è regolata dagli articoli 17 e 17 bis del codice deontologico di categoria, che, peraltro, parlano di informazioni e non di pubblicità. Anche se non pare che il termine usato dal decreto 138 sia da solo in grado di introdurre per gli avvocati gli strumenti tipici della comunicazione pubblicitaria.

Stando, comunque, all'articolo 17 l'avvocato può dare informazioni sulla propria attività professionale.

Quanto al contenuto della comunicazione, l'articolo 17 bis elenca che cosa si può indicare nei biglietti, nelle brochure illustrative, nelle pagine dei siti internet dello studio. In particolare si possono indicare i titoli accademici; i diplomi di specializzazione conseguiti presso gli istituti universitari; l'abilitazione a esercitare avanti alle giurisdizioni superiori; i settori di esercizio dell'attività professionale e, nell'ambito di questi, eventuali materie di attività prevalente; le lingue conosciute; il logo dello studio; gli estremi della polizza assicurativa per la responsabilità professionale; l'eventuale certificazione di qualità dello studio.

Non vi è, quindi, un riferimento espresso alle tariffe praticate. Il decreto 138, invece, insiste sull'introduzione del principio di concorrenza anche nel settore delle libere professioni. E per attuare tale principio ha introdotto la regola generale della possibilità di comunicazione informativa, rivolta agli utenti, relativa ai compensi delle prestazioni. Così, se la norma verrà mantenuta in questi termini, sarà possibile che gli studi legali offrano tabelle con le indicazioni delle tariffe e che un utente, se lo desidera, possa confrontare i vari prezzi prima di scegliere a chi conferire l'incarico. Quanto alle modalità espressive il decreto si limita a richiamare i principi di trasparenza, verità, correttezza, non ingannevolezza, non denigratorietà e non equivocità. Rimane tutto da vedere se ciò sia sufficiente a escludere slogan tipici della pubblicità commerciale o se il solo uso del termine pubblicità aprirà la strada a modalità comunicative finora escluse dal Consiglio nazionale forense. Rimane confermato, anche nell'impianto del decreto legge, il principio deontologico per cui il contenuto e la forma dell'informazione devono essere coerenti con la finalità della tutela dell'affidamento della collettività e rispondere a criteri di trasparenza e veridicità, il rispetto dei quali è verificato dal Consiglio dell'Ordine. Inoltre è ribadito che l'informazione deve essere conforme a verità e correttezza e non può avere ad oggetto notizie riservate o coperte dal segreto professionale.

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