Consulenza o Preventivo Gratuito

Iva internazionale, più certezze

del 01/07/2011
di: di Franco Ricca
Iva internazionale, più certezze
Da oggi c'è maggiore certezza e uniformità nell'applicazione delle disposizioni Iva sugli scambi internazionali di servizi. Ad esempio, per identificare il cliente comunitario come soggetto passivo, il fornitore deve basarsi sul numero di partita Iva, che necessariamente tutti gli stati membri devono attribuire alle imprese che effettuano queste operazioni. Pertanto, se il cliente non comunica il proprio numero, il fornitore potrà considerarlo un privato consumatore. È quanto prevede una delle disposizioni applicative della normativa Iva contenute nel regolamento comunitario n. 282/2011 del 15 marzo 2011, che per la parte innovativa diventa giuridicamente vincolante in tutta l'area Ue oggi.

Tassazione a destinazione dei servizi «B2B». Le nuove regole in materia di localizzazione delle prestazioni di servizi, entrate in vigore l'anno scorso, prevedono che le prestazioni in genere, rese nei confronti di soggetti passivi, si considerano effettuate nel paese in cui è stabilito il destinatario. Al riguardo, l'art. 17 del regolamento chiarisce che, ai fini delle suddette regole, per determinare lo status di soggetto passivo si fa riferimento alle disposizioni degli artt. da 9 a 13 e 43 della direttiva 112 del 2006, per cui si considera soggetto passivo:

- chiunque esercita, in modo indipendente e in qualsiasi luogo, un'attività economica;

- la persona giuridica che, pur non esercitando un'attività economica, è identificata ai fini Iva in quanto effettua acquisti intracomunitari.

Per accertare tale status, poi, l'art. 18 stabilisce che il fornitore, salvo che disponga di informazioni contrarie, può ritenere che il destinatario comunitario sia un soggetto passivo se quest'ultimo gli ha comunicato il proprio numero di identificazione Iva. Il fornitore dovrà però avere cura di verificare, attraverso il sistema informativo Vies, la validità del numero e la corrispondenza del nome e dell'indirizzo del committente. A tale proposito, attualmente alcuni stati membri si limitano a confermare la validità del numero, mentre non forniscono il nome e l'indirizzo dell'intestatario; queste informazioni dovranno essere «rivelate» obbligatoriamente dal 1° gennaio 2012, come previsto dal regolamento n. 904/2010. Solo nel particolare caso in cui il committente informi il fornitore di avere richiesto ma non ancora ottenuto il numero di partita Iva, questi potrà accertare lo status di soggetto passivo del destinatario basandosi su qualsiasi altra prova offertagli, ma dovrà effettuare, dice il regolamento, una verifica di ampiezza ragionevole circa l'esattezza delle informazioni applicando le normali procedure di sicurezza commerciali, quali quelle relative ai controlli di identità o di pagamento. Per quanto riguarda i destinatari extra Ue, l'art. 18 prevede che il prestatore, salvo che disponga di informazioni contrarie, può ritenere che il cliente sia un soggetto passivo:

- se ha ottenuto dal destinatario il certificato, rilasciato dalle competenti autorità fiscali, attestate che svolge un'attività che gli dà diritto al rimborso dell'Iva a norma della direttiva 86/560/Cee;

- in alternativa, se il destinatario dispone del numero identificativo Iva o di un numero analogo, attribuitogli dal paese in cui egli è stabilito e utilizzato per identificare le imprese, oppure di qualsiasi altra prova attestante che è un soggetto passivo, purché, anche in questo caso, effettui la predetta verifica.

La «qualità» del committente. Fermo quanto sopra in ordine allo status, l'art. 19 del regolamento chiarisce che sia le persone fisiche sia i soggetti diversi non debbono considerarsi soggetti passivi quando ricevono prestazioni di servizi per un uso privato (è bene precisare che non si considera uso privato l'impiego dei servizi per le attività istituzionali degli enti). Questa disposizione impone il superamento della presunzione di soggettività passiva che la norma nazionale detta, ai fini in esame, nei confronti dei soggetti diversi dalle persone fisiche. Sempre l'art. 19 prevede che il prestatore può considerare che i servizi sono resi a fini professionali del destinatario se, per l'operazione, il destinatario gli ha comunicato il numero identificativo Iva, «salvo che disponga di informazioni contrarie, ad esempio sulla natura dei servizi forniti». Il senso della disposizione è di responsabilizzare il fornitore, forse non del tutto opportunamente, in ordine alla destinazione del servizio reso. Dal virgolettato, infatti, si desume che il prestatore non potrà basarsi esclusivamente sul fatto che il destinatario gli ha comunicato il numero identificativo Iva, ma dovrà tenere conto di eventuali informazioni contrarie in proprio possesso, per esempio (ma non solo) la natura dei servizi. Pertanto, qualora la prestazione erogata sia oggettivamente utilizzabile per scopi privati, il fornitore non può trascurare tale aspetto, perché potrebbe essere chiamato a rispondere della mancata applicazione dell'imposta. È evidente che la questione è particolarmente delicata e rischia di turbare la speditezza delle transazioni e i rapporti tra le parti. Infine, l'art. 19 precisa che se un unico servizio è destinato sia all'uso professionale sia all'uso privato del destinatario, la prestazione si considera interamente fornita per fini professionali.

vota