Consulenza o Preventivo Gratuito

Ci sono ancora da tagliare 40 miliardi di spesa

del 25/05/2011
di: di Claudio Siciliotti, presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti
Ci sono ancora da tagliare 40 miliardi di spesa
Sono molti i temi sui quali i commercialisti italiani vogliono condividere alcune riflessioni con il resto del Paese, partendo sempre da quell'approccio di utilità che ne ha caratterizzato in questi anni il modo di porsi e di proporsi.

Il primo fra tutti è senz'altro quello che attiene all'andamento dei conti pubblici e alle politiche di contenimento della spesa pubblica.

Negli anni dal 2007 al 2010, la spesa pubblica al netto degli interessi passivi è cresciuta appena dell'1,81% (del 9,3% al lordo dell'inflazione), a testimonianza di un impegno davvero straordinario da parte di chi ha retto i cordoni della borsa nell'Esecutivo precedente e in quello attuale.

La significatività del dato può essere ancor meglio compresa se si considera che, nel periodo 2001–2008, il trend di crescita reale era stato un folle 25,09% (45,97% al lordo dell'inflazione).

Purtroppo, il risultato, al punto cui siamo arrivati con il debito pubblico del Paese, non basta più.

Siamo d'accordo con il ministro Tremonti quando dice che è necessario proseguire con la politica del rigore e puntare all'obiettivo del pareggio di bilancio sul 2014, rifuggendo dalla tentazione di fare crescita facendo deficit.

Lo siamo meno quando lascia intendere che questo obiettivo possa essere raggiunto con una manovra biennale sul 2013 e 2014 da 17-18 miliardi di euro: numeri alla mano, ne servono circa 40.

Bisognerà trovarli sul lato della spesa, perché su quello delle entrate è impossibile.

Si può essere abbastanza realisti da accettare che la pressione fiscale non possa essere abbattuta ancora per alcuni anni, ma è certamente impensabile che possa aumentare ulteriormente: il 42,39% «ufficiale» del 2010 corrisponde a un più veritiero 51,63%, se il rapporto si calcola togliendo dal pil la parte di economia sommersa stimata, la quale, per definizione, concorre assai poco alle entrate tributarie del Paese.

Purtroppo, proprio il principale strumento che può concorrere in concreto alla riduzione della spesa improduttiva, ossia il federalismo fiscale, rappresenta nel breve periodo un fattore di rischio in termini di aumento della pressione fiscale scaricata sul cittadino.

È un rischio che bisogna correre, perché un buon federalismo può essere effettivamente la risposta di cui il Paese ha bisogno.

È però un rischio di cui bisogna essere consapevoli, senza negare l'evidenza, proprio per poter gestire al meglio una complessa fase di avvio che potrebbe altrimenti minare alle fondamenta la fiducia riposta dai cittadini nel federalismo stesso.

In tutto questo, una pubblica amministrazione tempestiva nell'onorare i propri debiti verso i privati almeno quanto lo è nell'esigere i propri crediti, la costruzione di un sistema fiscale più equo nel cogliere la capacità contributiva di ciascuno e, non ultimo, un rapporto tra fisco e contribuente impostato sulla terzietà garantita dalla giustizia, anziché dalla contrapposizione che inevitabilmente caratterizza le fasi di accertamento e riscossione, sono paletti fondamentali attorno ai quali cementare quel «patto trasversale tra gli onesti», senza il quale questo Paese, zavorrato com'è di debiti e corporativismi, non potrà mai essere in grado di ripartire.

Ecco perché, in occasione dell'Assemblea annuale 2011, i commercialisti italiani accendono i riflettori sui ritardi nei tempi di pagamento della pubblica amministrazione e sui correlati costi per le imprese e per la collettività, con uno studio che li fotografa e con una proposta che, valorizzando proprio il ruolo dei commercialisti italiani, potrebbe contribuire a risolvere in modo concreto il problema.

Per le stesse ragioni, i commercialisti accendono i riflettori sul problema della pressione fiscale che diventa oppressione fiscale, tema che essi per primi avevano del resto sollevato già all'inizio di quest'anno, portando anche qui proposte concrete: una riforma del sistema della giustizia tributaria che consenta a quest'ultima di competere con i sempre più pervasivi poteri in materia di accertamento e con i sempre più veloci tempi della riscossione; un decalogo di proposte per una lotta all'evasione fiscale che sappia essere efficace senza per forza scivolare nell'oppressione.

Ancora una volta, dunque, un appuntamento che vede al centro del dibattito i problemi del Paese, ma al centro della scena una categoria, quella dei commercialisti italiani, che da anni si spende con generosità, pensando a quel che serve prima che a quel che conviene.

E quando finalmente si avrà il coraggio di fare le cose che servono in ambito economico e giuridico, verrà da sé che, tra le prime cose a servire, saranno le competenze e l'indipendenza dei commercialisti italiani.

vota