Consulenza o Preventivo Gratuito

Paziente in sala d'aspetto? Il nome è bandito

del 24/05/2011
di: La Redazione
Paziente in sala d'aspetto? Il nome è bandito
Ok alle informazioni telefoniche sulla presenza del proprio familiare al pronto soccorso o in reparto. Ma mai chiamare per nome il paziente in attesa nella sala d'aspetto. A meno che non ci si trovi dal medico di base, che può chiamare per nome i suoi assistiti. Sono queste alcune delle indicazioni fornite dal vademecum privacy sulla sanità del Garante, intitolato «Dalla parte del paziente. Privacy: le domande più frequenti», si occupa del rapporto tra pazienti e strutture sanitarie e riepiloga le regole per la tutela quotidiana della riservatezza nei luoghi di cura. Il vademecum è suddiviso in sette brevi capitoli: «Il paziente informato», «Informazioni sulla salute», «In attesa», «Telecamere e internet», «La salute dei dipendenti», «Hiv», «Sanità elettronica». L'opuscolo è disponibile on line sul sito del Garante, ma può anche essere richiesto in formato cartaceo all'Ufficio relazioni con il pubblico dell'autorità presieduta da Francesco Pizzetti.

Stato di salute. Ci si chiede spesso se il medico possa informare altre persone sullo stato di salute di un suo assistito. Il vademecum risponde affermativamente, ma il paziente deve aver indicato a chi desidera che siano fornite le informazioni.

Pronto soccorso. L'organismo sanitario può dare informazioni, anche per telefono, sulla presenza di una persona al pronto soccorso o sui degenti presenti nei reparti: ma solo ai terzi legittimati, come parenti, familiari, conviventi, conoscenti, personale volontario. Si tratta beninteso della semplice comunicazione sulla presenza e non di informazioni di dettaglio sulle condizioni sanitarie. Anche in questo caso vince, però, la volontà dell'interessato. Il paziente, se cosciente e capace, deve essere preventivamente informato (ad esempio al momento dell'accettazione) e deve essere messo in grado di decidere a chi possono essere comunicate notizie sulla propria salute. Se la persona non vuole l'ospedale non potrà comunicare informazioni di nessun tipo neppure ai terzi legittimati.

Analisi e cartelle cliniche. I referti diagnostici, le cartelle cliniche, i risultati delle analisi e i certificati rilasciati dagli organismi sanitari possono essere consegnati anche a persone diverse dai diretti interessati, ma a due condizioni: la consegna deve avvenire in busta chiusa e i terzi devono essere muniti di delega scritta

Sale d'aspetto. Le regole cambiano a seconda che ci si trovi in una sala d'aspetto di grandi strutture sanitarie oppure in uno studio di un medico di base o di uno specialista. Nel primo caso i nomi dei pazienti in attesa di una prestazione o di documentazione non devono essere divulgati ad alta voce: si deve ricorrere a modalità alternative come un codice alfanumerico attribuito al momento della prenotazione o dell'accettazione. I medici di base, gli studi medici privati e i medici specialisti che hanno un rapporto personalizzato con i loro assistiti, invece, possono chiamarli per nome.

Datori di lavoro. Il datore di lavoro non può raccogliere certificati di malattia dei dipendenti con l'indicazione della diagnosi. In assenza di specifiche deroghe previste da leggi o regolamenti, il lavoratore assente per malattia deve fornire un certificato contenente esclusivamente la prognosi con la sola indicazione dell'inizio e della durata dell'infermità.

Sieropositivi. Il medico, al momento dell'accettazione, non può chiedere informazioni sulla sieropositività del paziente, a meno che ciò non risulti indispensabile per il tipo di intervento o terapia che si deve eseguire. In ogni caso, il dato sull'infezione da Hiv (virus dell'immunodeficienza) deve essere raccolto direttamente dal medico, mai non dal personale amministrativo e sempre con il consenso del paziente. Neppure l'esigenza di attivare misure di protezione può giustificare la raccolta dei dati sulla sieropositività.

Antonio Ciccia

vota