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Il lavoro rende più uomini

del 03/05/2011
di: di Manola Di Renzo
Il lavoro rende più uomini
Domenica scorsa San Pietro, il centro della cristianità mondiale, è tornato il palcoscenico mediatico del mondo. Centinaia di migliaia di religiosi (e non) sono andati a Roma per rendere omaggio a un personaggio che, oltre qualsiasi valutazione di fede, è stato un protagonista della storia moderna.

L'occasione era quella della beatificazione di Karol Wojtyla, papa Giovanni Paolo II. Noi del Cnai vogliamo ricordare il suo costante impegno per valorizzare la figura del lavoratore e quella del pensatore attento alle vicende dell'occupazione.

Il 1° maggio ha dunque assunto un ulteriore valore con questa ricorrenza. Se da una parte Giovanni Paolo II ha saputo dare dimostrazione di un'incessante opera e impegno per portare la sua parola in 127 paesi mettendo insieme una distanza maggiore di tutte quelle messe insieme dai suoi predecessori, dall'altra ha prodotto testi di grande spessore sul tema del lavoro.

Nessuno meglio di questo papa, che durante tutto il suo percorso di vita è stato anche un grande uomo-lavoratore, può rappresentare con maggior dignità la festa del 1° maggio, la festa del lavoro.

Le parole che ha sempre rivolto ai lavoratori le aveva sperimentate e vissute e poi le aveva fatte proprie: «Il lavoro produce non solo ricchezze materiali, esterne all'uomo, ma anche ricchezze spirituali, a lui interiori, quali la solidarietà, l'amicizia e la fratellanza».

Nel settembre del 1981 il papa, al terzo anno del suo pontificato poi rivelatosi lunghissimo, pubblicò l'enciclica «Laborem Exercens» che trattava il tema del lavoro. Lo stesso Wojtyla da giovane aveva conosciuto la durezza delle attività degli operai, lavorando. Fu proprio lì che maturò quella sensibilità che poi lo portò a schierarsi dalla parte del popolo operaio nella sua terra in Polonia. Ebbe un ruolo decisivo, ormai riconosciuto dalla storia, nella caduta del comunismo e nella presa di coscienza delle popolazioni dell'est. Nell'enciclica del 1981, ritardata dall'attentato che ne mise a rischio la vita, si legge, tra l'altro, come il lavoro è un bene dell'uomo, non solo un bene «utile» o «da fruire», ma un bene «degno», cioè corrispondente alla dignità dell'uomo, un bene che esprime questa dignità e la accresce.

L'enciclica «Laborem exercens» diventa così una piccola sintesi della spiritualità del lavoro, dove trovano collocazione tutti gli elementi di ordine teologico, filosofico, sociologico, psicologico, storico che il papa ha saputo integrare nella sua alta e profonda spiegazione di quello che egli stesso ha chiamato il «Vangelo del lavoro», identificato con l'insegnamento, ma anche con la vita di Cristo lavoratore. Riusciva cioè a portare la religione oltre il piano prettamente spirituale, rendendo le sue parole utili a tutti, anche a coloro che non sono parte della chiesa cattolica.

Il lavoro è un bene della sua umanità, perché mediante il lavoro l'uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza se stesso come uomo e anzi, in un certo senso, «diventa più uomo», scriveva. Inoltre si prosegue su un aspetto che noi del Cnai abbiamo sempre rimarcato, anche su queste pagine: quello della famiglia. Il lavoro è il fondamento su cui si forma la vita familiare, la quale è un diritto naturale ed una vocazione dell'uomo. Questi due cerchi di valori, uno congiunto al lavoro, l'altro conseguente al carattere familiare della vita umana, devono unirsi tra sé correttamente, e correttamente permearsi. La famiglia è il nucleo primario attorno al quale si può e deve formare la società.

Il lavoro è, in un certo modo, la condizione per rendere possibile la fondazione di una famiglia, poiché questa esige i mezzi di sussistenza, che in via normale l'uomo acquista mediante il lavoro. Dunque è uno strumento per vivere, e inevitabilmente un diritto inalienabile. Viene facile pensare al primo articolo della nostra Costituzione e alle polemiche che, a distanza di 30 anni da quell'enciclica, sono divampate qualche settimana fa. Giovanni Paolo II si soffermava sul fatto che la famiglia costituisce uno dei più importanti termini di riferimento, secondo i quali deve essere formato l'ordine socio-etico del lavoro umano. Il Papa sottolineava già all'epoca l'importanza del lavoro tra i giovani.

La disoccupazione diventa un problema particolarmente doloroso, scriveva, quando vengono colpiti soprattutto i giovani, i quali, dopo essersi preparati mediante un'appropriata formazione culturale, tecnica e professionale, non riescono a trovare un posto di lavoro e vedono penosamente frustrate la loro sincera volontà di lavorare e la loro disponibilità ad assumersi la propria responsabilità per lo sviluppo economico e sociale della comunità. Anche questo è un tema che noi del Cnai abbiamo più volte affrontato. Come scrivevamo su queste pagine nello scorso febbraio è in ballo lo sviluppo del nostro paese e la dignità di diverse generazioni. Rischiano di scomparire tanti lavori e altrettante tradizioni. Il tasso demografico rappresenta il quadro di una popolazione vecchia con un basso numero di giovani. E non si trovano i modi per trasferire conoscenza e professionalità ai nuovi arrivati. La formazione, l'educazione e gli investimenti faranno la differenza. Il futuro dei giovani è nelle loro mani ma non si può rimanere con le mani in mano.

È stato un papa, «grande» come si disse immediatamente nei giorni successivi alla sua morte, ma anche un grande uomo che conosceva la politica sociale e del lavoro. Seppe guardare al problema con una visione competente, lungimirante, a tratti innovatrice. Le sue idee sono state avanguardistiche e moderne. Sotto molti punti di vista le sue riflessioni hanno tutelato i lavoratori più di quanto non abbiano fatto i sindacati.

Ha elevato la figura del lavoratore e con la moderna ottica che lo distingueva, ha parlato del mercato del lavoro sostenendo che «solo se il mondo del lavoro recupererà appieno la dimensione verticale dell'uomo potrà affermare fino in fondo la dignità del lavoro e difenderla contro gli attacchi che la insidiano»

Un papa, dunque, attento non solo alla religione e all'aspetto spirituale dei fenomeni che indagava, ma all'individuo e all'importanza del lavoro come espressione della persona. Giovanni Paolo II seppe liberare il lavoratore dal ruolo di «appendice di macchine», riconoscendone la dimensione squisitamente umana e tutta la dignità. Ciò non era solo un diritto, ma una premessa per rendere il lavoro più vantaggioso per tutti. Il tema dello «sviluppo integrale della persona» non potrebbe forse oggi essere letto come l'esigenza di una formazione che valorizzi l'uomo e la sua attività?

Il papa polacco, a cui Roma ha reso omaggio davanti a così tante persone, ha saputo essere un ponte, un nesso tra il tema dell'etica e quello del lavoro. Libero da ruoli politici ha saputo mettere d'accordo diverse correnti politiche e personaggi molto diversi, al punto che ancora oggi lo si sente lodare da tutti i punti dell'arco costituzionale, da destra a sinistra. Un uomo che parlava conoscendo la durezza del lavoro manuale, avendo lavorato nella sua terra in cave di pietra e sulle caldaie. Già nell'introduzione della sua Enciclica si capiva come lavoro e uomo fossero due termini della stessa realtà indivisibile: «Poiché si sono compiuti, il 15 maggio dell'anno corrente, novant'anni dalla pubblicazione a opera del grande Pontefice della «questione sociale», Leone XIII di quell'Enciclica di importanza decisiva, che inizia con le parole Rerum Novarum, «desidero dedicare il presente documento proprio al lavoro umano, e ancora di più desidero dedicarlo all'uomo nel vasto contesto di questa realtà che è il lavoro». Forse sarebbe quindi più giusto che il tema era l'uomo, non il lavoro.

In conclusione, questo papa è stato capace di riconoscere il valore della persona, perché solo così si poteva dare valore alla vita. Riuscì a fare una similitudine tra senso del lavoro e senso della vita, spiegando che una persona che non sia in grado di aiutare i fragili non può essere davvero produttivo nel lavoro. L'esserci, l'assistenza caritatevole e l'impegno sono precondizioni essenziali per la professionalità e l'occupazione.

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