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Occupazione, c'è aria nuova

del 22/04/2011
di: di Renzo La Costa
Occupazione, c'è aria nuova
La proposta dell'Associazione nazionale consulenti del lavoro presieduta da Francesco Longobardi è di quelle semplici semplici: se è vero come è vero che l'apprendistato rappresenta l'istituto primario per l'ingresso del lavoratore nel mercato del lavoro, non si vede perché l'apprendistato medesimo non possa essere utilizzato per la ricollocazione al lavoro di lavoratori espulsi dai processi produttivi. La ricollocazione, infatti, rappresenta un problema forse anche più grave della disoccupazione in genere. Perché un famiglia che perde reddito a causa della perdita dell'occupazione, peggiora la propria condizione economica e sociale, con ripercussione sull'intero sistema economico e del welfare. I soli ammortizzatori sociali in essere - rispettabilissimi - non bastano a risolvere il problema, anzi, spesso, si trasformano in sistemi di accompagnamento al non lavoro e peggiorano la situazione anagrafica del disoccupato che non riesce a ricollocarsi. È dato acquisito, infatti, che con l'accrescere dell'età del lavoratore, aumenta l'indisponibilità dei i datori di lavoro alla assunzione, prediligendo forme di impiego flessibili e rivolte a personale più giovane.

La conferma viene anche dai dati disponibili sui lavoratori in stato di inattività, che – come può agevolmente rilevarsi dalla tabella riassuntiva – aumentano sensibilmente con l'accrescimento dell'età anagrafica.

Dare la possibilità di assumere con il contratto di apprendistato i lavoratori (da una certa età in su) che intendono ricollocarsi al lavoro, consentirebbe in primo luogo al datore di lavoro di utilizzare il percorso formativo per il miglior adeguamento delle capacità del lavoratore alla nuova realtà produttiva, risolvendo anche un errore strategico del popolo dei ricollocabili, che spesso ricercano nuova occupazione nell'ambito della professionalità già in loro possesso, con scarsa attenzione alla eventualità della riqualificazione professionale. Proprio nel recente «Piano triennale per il lavoro: Liberare il lavoro per liberare i lavori» approvato dal consiglio dei ministri il 30 luglio 2010, tra le priorità da perseguire è individuata quella di liberare il lavoro dalla incompetenza, puntando a una sempre maggiore centralità della formazione. Nella sua modalità attuale, l'apprendistato professionalizzante calzerebbe perfettamente ad una tale ipotesi, senza aggiustamenti di sorta, salvo quelli voluti da parte politica. E se al termine del periodo di apprendistato si incentiva la continuazione del rapporto (come ora avviene sia per normativa nazionale ,sia in applicazione di numerose ed ulteriori disposizioni regionali di sostegno alla trasformazione) ne deriverebbe il conseguente interesse dei datori di lavoro alla instaurazione di tali rapporti. Si dà ovviamente per acquisito che la stessa leva che indirizza i datori a utilizzare l'apprendistato per l'assunzione di giovani lavoratori quale è la decontribuzione in corso di rapporto, costituirebbe altro profilo premiale rivolto ad indirizzare la scelta verso un tale sistema di ricollocazione. Se un siffatto sistema fosse possibile e funzionasse, l'ulteriore vantaggio esterno sarebbe rappresentato dalla riduzione dei tempi di inattività del lavoratore, che tornerebbe ad essere contribuente e potrebbe gravare ben meno sul sistema degli ammortizzatori sociali. Vi sono occasioni prossime, quali la riforma degli ammortizzatori sociali, o lo Statuto dei lavori, che potrebbero ospitare una simile innovazione, compenetrando molteplici utilità. Ma in un'ottica di risoluzione delle emergenze, quali innegabilmente il perdurare della crisi economica e la crescita della disoccupazione, attendere riforme complessive rischierebbe di rinviare provvedimenti necessari e di sicura urgenza.

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