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L'obiettivo è la produttività

del 05/04/2011
di: di Manola Di Renzo
L'obiettivo è la produttività
Il mondo delle imprese italiane è in trasformazione. Ormai nessuno, nemmeno le parti sociali più chiuse al cambiamento, possono negare che è in atto un mutamento radicale del mercato del lavoro. Gli accordi Fiat di Pomigliano e Mirafiori potrebbero passare alla storia come gli eventi che hanno segnato una svolta in questo settore. In molti hanno riconosciuto nella figura di Sergio Marchionne, l'amministratore delegato Fiat, l'artefice dell'inizio di questa evoluzione. Ma c'è di più. Potrebbe essere considerato l'esecutore perfetto della riforma del mercato del lavoro voluta da Biagi con la sua legge.

Fuori da ogni logica di personalismo e mitizzazione, ma piuttosto attenti ai fatti e ai dati macro e micro economici, sembra che ci si trovi finalmente in un momento «operativo» che segue le riflessioni teoriche e i modelli economici. Proprio la settimana scorsa Marchionne ha ribadito alcuni concetti cari al giuslavorista, morto per le sue idee nel marzo del 2002. Tra questi, c'è quello di produttività. Perché l'impresa mira a questo. È uno strumento senza il quale non possono esistere salari e si rischia di subire la concorrenza sempre più forte di un mondo globale in cui vari paesi con un'economia emergente (in primis i cosiddetti «Bric») crescono a ritmi vertiginosi, forti di manodopera a basso costo e grandi investimenti stranieri. Naturalmente i media si sono concentrati sull'aspetto che fa più notizia, quello dello spostamento della sede Fiat all'estero. Ma sono stati altri i concetti degni di nota. La scorsa settimana aveva detto a Report, il programma di Raitre, che dopo gli accordi di Pomigliano e Mirafiori «ora tocca a Melfi, Cassino e Bertone. Non ce l'ho con il sindacato. Sto cercando di aggiornare la maniera in cui vengono gestiti gli stabilimenti per renderli pari con i concorrenti». E sulla sede: «Il cuore sarà in Italia, la testa in più parti». Dunque il «modello Marchionne è esportabile ad altre sedi»? Si chiedono in molti. La risposta è che non esiste un modello, ma un obiettivo sì: la produttività e la competitività dell'impresa.

Ha detto il dirigente dell'azienda di Torino all'ultima assemblea degli azionisti: «Troppo grande il divario di produttività fra gli stabilimenti italiani e quelli esteri». Come abbiamo scritto provocatoriamente su queste pagine il 25 gennaio scorso, sembra che Marchionne tuteli l'azienda italiana e i lavoratori più di alcuni sindacati, fermi nelle loro posizioni e incapaci di aprirsi al cambiamento. Nei giorni successivi all'accordo aveva detto: «Siamo lieti che la maggioranza dei lavoratori di Mirafiori abbia compreso l'impegno della Fiat per trasformare l'impianto in una fabbrica di livello internazionale. Hanno scelto di prendere in mano il loro destino, di assumersi la responsabilità di compiere una svolta storica e di diventare gli artefici di qualcosa di nuovo e di importante. In un paese come l'Italia, che è sempre stato legato al passato e restio al cambiamento la scelta di chi ha votato sì è stata lungimirante. Rappresenta la voglia di fare che si oppone alla rassegnazione del declino. Rappresenta il coraggio di compiere un passo avanti contro l'immobilismo di chi parla soltanto o aspetta che le cose succedano». Il presidente Cnai Orazio Di Renzo si era detto sostanzialmente d'accordo con Marchionne: «La forzatura contrattuale imposta dal manager Fiat prima o poi sarebbe accaduta. Il continuo abuso di alcuni diritti acquisiti dai lavoratori, tale da arrivare a superare i doveri, ha recato danni non solo all'azienda, ma anche alla stessa società, infatti, qualche sindacato consapevole seppur non espressamente, tacendo, ha avallato il patto Marchionne». «La scelta di Marchionne non è tanto importante», ha continuato Di Renzo, «per aver sostituito un contratto a un altro, quanto per aver conservato la produttività necessaria all'azienda, e aver garantito ai lavoratori una retribuzione migliore. Sicuramente ha tutelato più lui i lavoratori che non i sindacalisti.» Il presidente Cnai sostiene che: «L'approccio moderno e lungimirante del manager Fiat ha permesso di salvaguardare i profitti dell'azienda e di aumentare i guadagni dei lavoratori. Un atteggiamento rigido e obsoleto avrebbe condotto alla chiusura dell'attività, perché i profitti sarebbero venuti meno e la corsa dei mercati l'avrebbe travolta, provocando un duplice danno: esportazioni di capitali all'estero e esternalizzazione della produzione». Se non si è produttivi si perde competitività, e le aziende chiudono. E se le aziende chiudono i lavoratori non hanno più salario.

Quindi al contrario di quanto continuano a sostenere alcuni sindacati, in tempi di crisi e di conseguenti cambiamenti è più importante tutelare il posto di lavoro che non i diritti dei lavoratori. Nel tempo, il benessere dell'azienda porterà al lavoratore maggiori diritti.

In fondo i tempi cambiano, le relazioni industriali pure. E questo mai senza rispettare le norme di legge.

Piuttosto l'invito è a non inasprire le relazioni con l'azienda, perché è doveroso ricordare che nessun investimento è obbligo, bensì opportunità, e se vale per l'azienda a maggior ragione vale per i lavoratori e per i sindacati: per alcuni è in ballo anche la possibilità di avere qualche iscritto tra i metalmeccanici.

Gli eventi che si stanno concretizzando in questo periodo sembrano l'avverarsi dell'idea di Orazio Di Renzo, presidente Cnai. Nel 1998 la «nuova flessibilità» sembrava non poter essere nemmeno discussa, eppure conoscendo approfonditamente la vita della e nella impresa, e sapendo che ci si sarebbe dovuti muovere verso relazioni di lavoro a misura di aziende e persone, ha sempre creduto in una trasformazione della contrattazione del lavoro.

Il «modello Mirafiori» è stato una sorta di «ariete» che, abbattute le diffidenze e le chiusure monolitiche, riuscirà a cambiare in meglio le condizioni di lavoro per l'impresa e per i lavoratori. Altre aziende stanno infatti tentando di stipulare un contratto aziendale, conformato alle proprie realtà tecniche e territoriali, prevedendo delle retribuzioni congrue per i lavoratori.

Anche Biagi aveva più volte sottolineato il concetto, parlando di un'oppressione che aveva fortemente contratto la propensione ad assumere, a discapito in particolare di donne e giovani. Parlava di relazioni collettive di lavoro innaturalmente rigide e centralizzate, finalizzate a un improprio diritto di interdizione sul potere dell'imprenditore nell'organizzazione.

Le conseguenze che metteva in evidenza erano una bassa produttività e utilizzazione dell'impianto insieme a bassi salari. In anticipo su Marchionne, dunque, parlava di produttività.

Con i nuovi scenari che si vanno prospettando, le relazioni industriali stanno affrontando numerosi cambiamenti che si ripercuotono all'interno delle singole strutture, richiedendo maggior dinamicità e miglior tempismo nelle scelte strategiche, nelle politiche di mercato, economico e lavorativo. Su questo peserà la formazione, la serietà dei vertici aziendali.

La legge che porta il nome di Biagi ha incoraggiato la propensione ad assumere e la dinamicità del mercato grazie a operatori privati e sistemi di incontro tra domanda e offerta.

Come abbiamo scritto discutendo su queste pagine di «modello Marchionne», è necessario spostarsi verso una struttura di partecipazione agli utili e attenzione alla produttività. E per fare ciò occorre combattere alcuni problemi radicati come l'assenteismo, il potere eccessivo di sindacati che contano tanto rappresentando pochi, la bassa produttività e non ultima la scarsa motivazione del lavoratore. Il resto lo faranno i fatti. Il tempo delle chiacchiere è finito: l'obiettivo è la produttività.

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