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Sì al riformismo sindacale

del 24/03/2011
di: di Manola Di Renzo
Sì al riformismo sindacale
A nove anni dall'assassinio viene ricordato Marco Biagi, morto per le sue idee. Un uomo coraggioso, convinto delle sue ragioni, che con il passare del tempo si sono rivelate sempre più valide. All'epoca in cui venne presentato il suo lavoro era difficile sentire qualcuno criticare le rigidità del mercato italiano. La «nuova flessibilità» sembrava non poter essere nemmeno discussa. Eppure Biagi conosceva la vita della e nella impresa, e sapeva che ci si doveva muovere verso relazioni di lavoro a misura di aziende e persone.

Il Cnai già nel 1998 aveva pensato a disciplinare quelle forme di lavoro che Biagi ha poi riportato nel 2003 sul Libro Bianco.

Fino al recente passato queste idee, seppur sempre applaudite, non hanno funzionato. Adesso i tempi sono maturi e i cambiamenti cominciano a farsi sentire: la cultura e la filosofia promossa dal Cnai sta finalmente prendendo quota anche in Italia, dopo che già da tempo si è manifestata negli altri paesi. Più volte abbiamo scritto su queste pagine come il mercato del lavoro italiano sia viziato, limitato e rallentato dalle opposizioni monolitiche di alcune ideologie anacronistiche, comuni a determinate parti sociali. Biagi aveva più volte sottolineato il concetto, parlando di un'oppressione che aveva fortemente contratto la propensione ad assumere, a discapito in particolare di donne e giovani.

Parlava di relazioni collettive di lavoro innaturalmente rigide e centralizzate, finalizzate a un improprio diritto di interdizione sul potere dell'imprenditore nell'organizzazione. Le conseguenze che metteva in evidenza erano una bassa produttività e utilizzazione dell'impianto insieme a bassi salari. Servono nuove regole in grado di tutelare coloro i quali non siano già garantiti.

Come abbiamo scritto la settimana scorsa su queste pagine, la recente scelta di privilegiare e favorire (per ora su base regionale e al nord) l'apprendimento in ambiente lavorativo è un chiaro passo avanti verso l'obiettivo fissato da Marco Biagi. Per pensare a un ulteriore progresso bisogna invece pensare a uno statuto dei lavori redatto in coerenza con il materiale che ci ha lasciato. «Meno legge, più contratto», in estrema sintesi, a voler significare che le regole dovrebbero essere adattate ai tempi e ai luoghi. Anche gli accordi di Pomigliano e Mirafiori rendono palese che ci si sta muovendo in questa direzione. La meta appare chiara a tutti: crescita con occupazione e maggior salario. Nel complesso mondo della competitività globale solo l'interesse comune ai risultati può portare vantaggi. Per l'impresa e per i lavoratori.

Per raggiungere la competitività in un mondo rivoluzionato dalla globalizzazione solo un quadro di regole che favoriscono la dinamica sociale può essere utile.

Abbandonare gli interessi di parte e le ideologie sembra uno step fondamentale quanto difficile. Tutti quegli opportunismi e quegli interessi di parte che hanno caratterizzato anni grigi per il mondo del lavoro non possono e non devono ripetersi. La legge che porta il nome di Biagi ha incoraggiato la propensione ad assumere e la dinamicità del mercato grazie a operatori privati e sistemi di incontro tra domanda e offerta.

Come abbiamo scritto discutendo su queste pagine di «modello Marchionne», è necessario spostarsi verso una struttura di partecipazione agli utili e attenzione alla produttività. E per fare ciò occorre combattere alcuni problemi radicati come l'assenteismo, il potere eccessivo di sindacati che contano tanto rappresentando pochi, la bassa produttività e non ultima la scarsa motivazione del lavoratore.

L'appello è dunque a tutte le parti sociali, specie quei sindacati che si oppongono sempre, senza voler sentire ragioni: c'è bisogno di un riformismo sindacale lungimirante, ragionevole e coraggioso per poter far crescere sia il mercato lavoro che il paese. Per migliorare, per evitare l'odio.

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