Consulenza o Preventivo Gratuito

Il crocifisso può restare nelle aule

del 19/03/2011
di: di Anna Irrera
Il crocifisso può restare nelle aule
I crocifissi nelle aule delle scuole italiane, costituendo un simbolo «essenzialmente passivo», non contrastano con il diritto di libertà religiosa e dunque, non violano i diritti dell'uomo. Spetta, infatti, allo Stato, nell'ambito del proprio «ampio margine di discrezionalità», decidere se mantenerli o meno. Questo è quanto è stato deciso ieri a Strasburgo dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, che nella sentenza definitiva di Grande Chambre, pronunciata nel caso Lautsi e altri c. Italia (ricorso n. 30814/06), ha concluso a maggioranza (quindici voti contro due) la non violazione dell'articolo 2 del Prot. 1 della Cedu (Convenzione Europea dei Diritti dell'uomo). Tale norma obbliga gli stati membri, nell'esercizio delle funzioni esercitate nel campo dell'educazione e dell'insegnamento, a rispettare il diritto dei genitori di provvedere a tale istruzione secondo le loro convinzioni religiose e filosofiche. Contrari alla decisione della Grande Chambre i giudici Giorgio Malinverni, svizzero e Zdravka Kalaydjieva, bulgara.

Il caso. Protagonista della vicenda la finlandese Soila Lautsi, che nel 2001 si sentì offesa dalla presenza del simbolo del cristianesimo nelle aule dell'istituto comprensivo Vittorio da Feltre di Abano Terme frequentato dai suoi figli di 11 e 13 anni. Secondo la donna, la presenza del crocifisso era contraria ai principi di laicità nei quali voleva educare i figli e per questo chiese alla scuola di toglierlo. Nel maggio del 2002 la scuola decise di lasciare il crocifisso nelle aule e il ministero dell'istruzione trasformò la disposizione in una sua direttiva inoltrata poi a tutti gli istituti. Due mesi più tardi la signora Lautsi si appellò al Tar che inoltrò la questione alla Corte Costituzionale che a sua volta si dichiarò non competente. Nel marzo del 2005, respingendo il ricorso, il Tar stabilì che il crocifisso è un simbolo della storia, della cultura e dell'identità italiana. Un anno dopo anche il Consiglio di stato le diede torto. Esauriti i mezzi di ricorso interni, Lautsi adì alla Corte di Strasburgo, la quale, con la sentenza di Camera del 3 novembre 2009 stabilì che l'Italia aveva violato l'art. 2 del Prot. 1. Il 28 gennaio 2010, il Governo italiano chiese il rinvio del caso davanti alla Grande Camera.

La decisione. Secondo la Grande Chambre, dalla giurisprudenza della Corte emerge che l'obbligo degli stati membri del Consiglio d'Europa di rispettare le convinzioni religiose e filosofiche dei genitori non riguarda solo il contenuto dell'istruzione e le modalità in cui essa viene dispensata. Ciò comprende, infatti, anche l'allestimento degli ambienti scolastici. Tuttavia, secondo i giudici di Strasburgo, gli stati membri godono di un «ampio margine di discrezionalità nel determinare i passi che devono essere compiuti per garantire il rispetto della Convenzione tenendo debito conto delle necessità e delle risorse della comunità e degli individui». La scelta di apporre il crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche rientra, secondo la Corte, nell'ambito di tale margine. Questo si accompagna però ad un controllo dei giudici europei i quali devono garantire che le scelte nazionali non conducano a una qualche forma di «indottrinamento». Cosa che, secondo la Grande Chambre, non consegue, nel caso di specie, agli «effetti di maggiore visibilità al cristianesimo nelle scuole data dalla presenza del crocifisso». La Corte sottolinea inoltre che un crocifisso apposto su un muro è un simbolo essenzialmente passivo, la cui influenza sugli alunni non può essere paragonata a un discorso didattico o alla partecipazione ad attività religiose. Infine la Corte osserva che il diritto della ricorrente, in quanto genitrice, di spiegare e consigliare i suoi figli e di orientarli verso una direzione conforme alle proprie convinzioni filosofiche è rimasto intatto. Nessuna violazione della Cedu è quindi ravvisabile. «Una corte dei diritti dell'uomo non può permettersi di soffrire di Alzheimer storico», si legge nell'opinione concordante del giudice maltese Giovanni Monello. «Essa non ha alcun diritto», prosegue Monello, «di ignorare il continuum culturale del flusso nel tempo di una nazione, né di ignorare ciò che, nel corso dei secoli, è servito a plasmare e definire il profilo del suo popolo». «Nessuna corte europea dovrebbe essere chiamata a rovinare secoli di tradizione europea. Nessuna corte, e sicuramente non questa Corte, dovrebbe derubare gli italiani di parte della loro personalità culturale», conclude il giudice maltese.

vota