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Fondi italiani più europei

del 09/03/2011
di: di Arianna Immacolato*
Fondi italiani più europei
Recentemente, l'attenzione degli operatori finanziari si è focalizzata su alcune disposizioni introdotte in sede di conversione del decreto Milleproroghe che modificano in maniera radicale il regime di tassazione dei fondi italiani. Tali disposizioni riconoscono ai fondi italiani e a quelli lussemburghesi storici lo stesso regime fiscale attualmente previsto per i fondi con sede in un altro stato membro dell'Unione europea e conformi alle direttive comunitarie (fondi comunitari armonizzati) eliminando le distorsioni di natura fiscale di cui soffrono, da ben dieci anni, i prodotti italiani del risparmio gestito. Il recepimento della direttiva 2009/65/Ce del 13/7/2009 (direttiva Ucits IV) entro il 1° luglio 2011, che prevede l'introduzione di alcuni istituti, quali il passaporto europeo e le fusioni transfrontaliere, che necessitano il più possibile di un level playing field tra fondi istituiti in diversi paesi dell'Unione europea, e una proposta con limitato impatto sul gettito erariale, sono stati gli elementi che hanno sicuramente giocato a favore dell'abrogazione del sistema di tassazione per maturazione dei fondi italiani, unico peraltro nel panorama europeo nonché Ocse. Il passaporto europeo, in particolare, permetterà alle società di gestione del risparmio di istituire e gestire fondi comuni di investimento armonizzati in altri stati membri senza necessità di costituire in loco una società di gestione e, pertanto, il mantenimento di un sistema di tassazione penalizzante per i fondi italiani avrebbe incrementato l'offerta di prodotti esterovestiti (c.d. fondi roundtrip).

Viene inoltre finalmente individuato un regime fiscale per quei fondi che investono in beni diversi dagli strumenti finanziari. Il regime di tassazione dei fondi comunitari armonizzati, infatti, sarà applicabile a tutte le tipologie di organismi di investimento collettivo del risparmio italiani (diversi dai fondi immobiliari) di cui l'art. 4 del decreto n. 228 del 1999 consente la costituzione e che, fino ad oggi, non sono stati sviluppati considerata l'incertezza della disciplina fiscale applicabile. Si tratta, in particolare, dei fondi che investono il loro attivo in crediti, titoli rappresentativi di crediti e in ogni altro bene per il quale esista un mercato e sia determinabile con certezza il valore con una periodicità almeno semestrale (per esempio, beni d'arte). Nell'estendere il regime fiscale dei fondi comunitari armonizzati a tutte le tipologie di fondi italiani, sono state introdotte alcune modifiche volte ad agevolare i partecipanti nel recupero delle perdite derivanti dalla partecipazione al fondo e nell'applicazione dell'imposta da parte dei partecipanti. In particolare, viene previsto il rilascio della certificazione di minusvalenza con riferimento a ciascuna operazione di rimborso, anche parziale, delle quote di fondi comuni e l'applicazione del regime del risparmio amministrato, quale regime naturale di tassazione delle quote di fondi.

Per quanto concerne i risultati negativi di gestione accumulati dai fondi italiani e dai fondi lussemburghesi storici viene introdotto un meccanismo di recupero che adotta la stessa regola di compensazione esistente nel sistema attuale. Al fine di rimuovere l'incompatibilità dell'ordinamento interno con il diritto comunitario oggetto della procedura di infrazione n. 4145/2008 sono state, infine, apportate alcune modifiche al regime fiscale dei proventi derivanti dalla partecipazione a fondi comunitari non armonizzati istituiti negli Stati dell'Unione europea o dello Spazio economico europeo inclusi nella c.d. white list e soggetti a forme di vigilanza nei Paesi esteri nei quali sono istituiti, i quali non concorreranno più alla formazione del reddito imponibile dei partecipanti, ma saranno assoggettati a una ritenuta nella misura del 12,50%.

*direttore settore fiscale Assogestioni Comitato di redazione Sfef

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