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Non è reato far fatturare la parcella a una società

del 09/03/2011
di: Alba Mancini
Non è reato far fatturare la parcella a una società
Buone notizie per i professionisti. Escluso il reato di fatture (soggettivamente) false per il consulente che non fattura direttamente la parcella ma la pone a carico di una società semplice. A patto, però, che a conti fatti non ci sia un vero risparmio fiscale.

È quanto si evince dalla sentenza della Corte di cassazione numero 8972 depositata l'8 marzo 2011.

In sostanza la terza sezione penale ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura di Napoli presentato contro il dissequestro dei beni di moglie e marito, soci di una sas, che aveva emesso delle fatture per le attività svolte da lui in qualità di consulente finanziario. Secondo l'accusa, i due avrebbero dovuto rispondere del reato di false fatturazione (soggettivamente false) perché l'azienda che le aveva emesse non era stata effettivamente l'autore del lavoro. Questa tesi ha incontrato il favore dei primi giudici. Poi il Riesame del capoluogo campano ha annullato il sequestro dei beni della coppia sostenendo l'irrilevanza penale dei fatti dal momento che la complessa operazione non aveva fruttato un risparmio fiscale.

Contro questa decisione il pm ha fatto ricorso in Cassazione ma senza successo.

Gli Ermellini hanno infatti valorizzato una circostanza ben precisa: non c'era stato un risparmio fiscale e dunque non sussisteva il reato di fatture soggettivamente false.

«Deve di conseguenza ritenersi esatta la soluzione adottata dal tribunale del Riesame», hanno motivato i giudici. E infatti, «poiché in relazione alle condotte tributarie di natura dichiarativa, il profitto del reato coincide di fatto con il risparmio fiscale frutto dell'omessa, fraudolenta o infedele dichiarazione, e poiché la confisca (e il preventivo sequestro) del profitto ha come necessario presupposto l'esistenza stessa del profitto, allorché questo non sussista non è possibile disporre la misura ablativa». Altrettanto correttamente il tribunale del riesame «ha escluso la sussistenza del dolo specifico richiesto per la configurabilità del reato ipotizzato, perché, a prescindere dal ricorrere o meno di una falsità soggettiva delle fatture, l'imposta corrisposta globalmente era stata maggiore di quella che sarebbe stata pagata nel caso che la dichiarazione dei redditi fosse avvenuta computando nella dichiarazione dei redditi dell'indagato tutte le somme pagate per la prestazione professionale».

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