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Formazione, non è solo un obbligo

del 23/02/2011
di: Filippo Cappellini – segretario giunta nazionale Ungdcec
Formazione, non è solo un obbligo
Si è da poco concluso il primo triennio di formazione professionale continua per la categoria unificata dei dottori commercialisti e degli esperti contabili. Dunque, è tempo di formulare qualche riflessione in merito all'efficacia complessiva di un sistema che con tutta evidenza non ha prodotto i risultati sperati.

Nel 2010 il Consiglio nazionale ha emanato due documenti in materia di FPC: il Regolamento per omogeneizzare l'esercizio dell'azione disciplinare da parte degli Ordini territoriali e le Linee guida per l'applicazione delle sanzioni disciplinari in caso di inadempimento dell'obbligo formativo da parte degli iscritti.

Il regolamento prevede chiaramente che la valutazione dell'adempimento dell'obbligo formativo degli iscritti è un preciso obbligo per gli Ordini territoriali e non è una facoltà. Sugli Ordini incombe pertanto, al termine del primo triennio formativo (1/1/2008–31/12/2010) e all'esito dell'attività preistruttoria, l'obbligo di avviare il procedimento disciplinare nei confronti degli iscritti ritenuti inadempienti. All'esito del procedimento disciplinare, il Consiglio dell'Ordine può deliberare l'archiviazione del procedimento, ovvero irrogare la censura o la sospensione dall'esercizio della professione per un periodo non superiore a sei mesi (e, in caso di recidiva, non superiore a 12 mesi).

Ai fini dell'applicazione delle sanzioni disciplinari le Linee guida propongono invece una graduazione delle sanzioni in base al numero dei crediti non conseguiti, verosimilmente nel tentativo di mitigare gli effetti negativi in capo agli iscritti inadempienti. Tuttavia, a causa della loro emanazione a triennio quasi concluso, dette Linee guida potranno trovare applicazione solo a partire dal prossimo periodo formativo.

Nel merito, non può tralasciarsi che l'aggiornamento professionale, oltre a costituire un obbligo normativo con evidenti risvolti di carattere deontologico, rappresenta un'irrinunciabile opportunità di qualificazione per la nostra categoria. Condividiamo l'idea che la crescente complessità delle funzioni richieste al commercialista richieda, oggi più che mai, il possesso di un sapere professionale approfondito e specialistico e riteniamo che la formazione possa e debba assolutamente rispondere in modo adeguato a questa esigenza di aggiornamento e perfezionamento delle nostre competenze.

Vale la pena ricordare che l'Ungdcec ha sostenuto con forza l'introduzione della formazione professionale continua nel 2003, quando questa è divenuta una realtà, consapevole del rischio che una tale posizione potesse risultare «impopolare».

Purtroppo la formazione professionale continua quale obbligo normativo è percepita sempre di più dai colleghi non quale momento di incontro e di crescita professionale, bensì come adempimento strettamente finalizzato all'accumulazione del monte-crediti necessario per evitare comportamenti sanzionatori da parte del proprio Ordine di appartenenza. Questa percezione nasce necessariamente nel momento in cui la formazione diviene un obbligo di legge. L'aggiornamento professionale è un dovere e una prerogativa della nostra professione. A esso abbiamo adempiuto prima ancora che divenisse un obbligo normativo, perché questo ci è richiesto dal mercato e perché noi siamo utili al paese. Tuttavia, l'avere regolamentato qualcosa che rientra nella nostra quotidianità, l'aggiornamento e l'approfondimento professionale, ha fatto si che molti colleghi percepiscano la formazione come un adempimento burocratico e, in quanto tale, non valorizzato secondo la sua corretta accezione.

D'altro canto, accade sovente che l'organizzazione della FPC lasci a desiderare e che il livello qualitativo degli eventi formativi proposti sia tutt'altro che elevato. Per questo è auspicabile che presso ogni Ordine possa essere istituito un comitato scientifico per la valutazione del livello qualitativo degli eventi formativi dei quali di volta in volta è richiesto l'accreditamento. Sarebbe forse opportuno pensare anche alla creazione di distinte fasce di eventi formativi (dal mero aggiornamento professionale alla formazione specialistica) con l'attribuzione dei crediti con modalità differenziate per ciascuna fascia.

Non possiamo far finta di ignorare i numerosi convegni che si svolgono in sale semi-deserte, in relazione ai quali però risultano numeri elevatissimi di partecipanti: insomma, percorsi formativi volti ad acquisire punti, indipendentemente dalle competenze. È importante invece che venga verificata l'effettiva presenza agli eventi formativi di coloro che risultano parteciparvi «in astratto».

Le pecche che il sistema della formazione presenta non devono tuttavia indurre a pensare a un declassamento dell'obbligo formativo, riportandolo nuovamente al rango di dovere deontologico. E infatti, se è vero l'assunto che l'obbligatorietà della formazione professionale continua non costituisce di per sé una garanzia della nostra competenza, non è certo eliminando l'obbligo formativo che si risolve il problema.

Insomma, il sistema formativo attuale può e deve essere migliorato, avendo sempre ben presente il fine ultimo della formazione professionale continua, che è quello di confermare al mercato che la nostra è una professione forte e qualificata.

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