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Il bollino non rappresenta un salvacondotto

del 19/02/2011
di: La Redazione
Il bollino non rappresenta un salvacondotto
La certificazione blinda il contratto di lavoro solo se le parti rispettano nei fatti il contenuto.

Con il bollino blu non si attribuisce, infatti, immunità assoluta ma viene definito un percorso e un equilibrio fra le parti. In questo senso non devono spaventare eventuali sentenze di annullamento di contratti certificati (in base alla possibilità data dalla legge Biagi) e arrestare così il nuovo slancio che il collegato lavoro (legge 183/2010) ha inteso dare allo strumento. Su questo punto si sono trovati d'accordo diversi esperti della Fondazione Studi dei consulenti del lavoro che hanno affrontato durante la videoconferenza di ieri una delle prime pronunce (la n. 416 del 2010 del tribunale di Bergamo) sul valore giuridico dell'istituto. Nel caso di specie la controversia era scaturita dal ricorso in giudizio di un lavoratore avverso il contratto a progetto stipulato con una società cooperativa di produzione e lavoro, certificato, ai sensi degli artt. 75 ss. del dlgs n. 276/2003, dalla commissione di certificazione istituita presso l'università degli studi di Modena e Reggio Emilia. Il ricorrente aveva contestato la qualificazione del proprio rapporto di lavoro e aveva domandato, pertanto, di dichiarare la nullità del contratto di lavoro a progetto e il conseguente riconoscimento della sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, come previsto all'art. 69 dlgs n. 276/2003.

«Bisogna stare attenti a leggere queste sentenze», ha detto Enzo De Fusco, coordinatore scientifico della Fondazione Studi, «perché la certificazione di un contratto non rappresenta un salvacondotto. Ma si limita a dare certezza a una situazione di partenza. Che nel tempo può cambiare, anche senza che le stesse parti lo abbiano preventivato. È un chiarimento importante questo perché una sentenza che annulla un contratto non è una pronuncia contro l'istituto ma solo la constatazione delle mutate condizioni».

Ma non solo, restando in tema De Fusco è andato oltre e messo in luce come la certificazione abbia semplicemente messo sullo stesso piano tutti gli attori del rapporto di lavoro. «Gli ispettori», ha sottolineato, «davanti a un contratto certificato non potranno più convertire i rapporti senza fare ricorso alla magistratura che solo se le parti si sono pretestuosamente discostate dal contenuto emetterà una sentenza di condanna». Una lettura che ha trovato d'accordo anche gli altri esperti della fondazione studi: Francesco Natalini e Luca De Compadri. I quali hanno posto l'accento sullo scrupolo da adottare nel certificare. «Dato che», hanno spiegato, «non tutte le richieste possono avere un esito positivo».

Al dibattito ha partecipato anche Paolo Pennesi, direttore generale delle attività ispettive del ministero del lavoro, che ha messo in luce i possibili cambiamenti nelle ispezioni partendo da un dato di base: in sei anni sono state 3.800 le richieste di certificazione dei contratti presso le Dpl, con punte di 400 istanze in Lombardia e niente in altre regioni. Quindi è logico aspettarsi un fisiologico aumento di soggetti che vi faranno ricorso. Anche perché, ha commentato Pennesi, non c'è dubbio che con il collegato lavoro è stata ampliata la portata dell'istituto e le condizioni certificabili. Quindi anche gli ispettori dovranno confrontarsi con questa nuova circostanza e mettere in conto che di fronte a un rapporto di lavoro vistato da un organo terzo scatta l'inversione dell'onere della prova con la conseguenza, se ci sono le condizioni, di dover dimostrare in Tribunale che il rapporto fra datore e lavoratore poggia su basi diverse da quelle constatate.

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