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Non è tempo dei posti fissi

del 17/02/2011
di: di Manola Di Renzo
Non è tempo dei posti fissi
Nonostante i buoni propositi, la disoccupazione rimane un problema radicato nel nostro paese. E in particolare quella giovanile. Si è arrivati a cifre (dati Istat) che vedono un giovane su quattro senza impiego. A dicembre 2010 è salita al 29%, con un aumento di 0,1 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 2,4 punti percentuali rispetto a dicembre 2009, segnando così un nuovo record negativo. È questo il quadro del contesto socio economico così come emerge da uno studio che il Cnai ha effettuato mediante le Associazioni che rappresenta sul territorio. E secondo cui, tuttavia, sono centinaia le aziende che non riescono a trovare personale. L'offerta è tanta, e talvolta non sono richieste nemmeno competenze particolari.

Allora cos'è che spinge il giovane a non accettare, non cercare o ancora peggio, a non desiderare un secondo lavoro una volta perso il primo? L'ultima domanda nasce da un ulteriore dato Istat: il numero delle persone in cerca di occupazione risulta in diminuzione dello 0,5% rispetto a novembre, e in aumento del 2,5% rispetto a dicembre 2009.

I mercati del lavoro cambiano i flussi, gli andamenti diventano dinamici, ma è ricorrente il sogno del «posto fisso».

Oramai i posti fissi, di quelli che hanno avuto le generazioni precedenti, sono finiti. Per non parlare delle posizioni manageriali. Non conta nulla rivolgere lo sguardo al passato. Quindi bisogna darsi da fare. Fare esperienze, imparare un lavoro e manifestare una buona capacità al cambiamento. Specializzarsi, non restare fermi e seguire le tendenze del mercato. Investire in un corso di specializzazione, magari.

Così come è cambiato il completo contesto sociale, altrettanto forte è il rinnovamento che riguarda il mondo del lavoro. Dal concetto di famiglia a quello di istruzione, tutto si va evolvendo, non sempre in meglio, ma non si può stare a guardare, bisogna interagire con gli eventi.

Purtroppo la generazione che sta attraversando questa fase è anche quella più penalizzata: non solo fa parte della percentuale dei disoccupati, ma deve anche sforzarsi di convertire i propri ritmi. Ma se sarà capace di allinearsi al sistema, avrà come premio l'accesso all'occupazione. Come abbiamo scritto su queste pagine il 30 dicembre scorso, i lavoratori più giovani tendono a cambiare lavoro frequentemente, spesso insoddisfatti e alla ricerca di una posizione di maggior privilegio. Preferiscono non lavorare, definendosi «precari» piuttosto che, stando a quanto dicono, doversi accontentare di un lavoro qualsiasi. Emerge la carenza di umiltà, la presunzione di credere di valere e pertanto di pretendere. Cresce di continuo il numero dei laureati, ma lo stesso non si può dire della reale preparazione degli studenti.

Con il ritornello ormai logoro che tutti possono saper far tutto o che ognuno può avere ciò che altri hanno già adesso tutti ambiscono al posto da manager. Le cifre negative non dovrebbero allora sorprendere più di tanto. E allo stesso tempo non dovrebbe colpire più di tanto che il tasso di disoccupazione sale. Il lavoro c'è, è che non si può trascurare quello che non si ritiene alla propria altezza. Inoltre occorre essere attivi. Il ministro del lavoro, Maurizio Sacconi, ha sottolineato che «per i giovani il piano del governo, anche con misure specifiche di incentivazione, si rivolge soprattutto all'investimento nelle competenze e, in particolare, ai contratti di apprendistato che integrano apprendimento e esperienza lavorativa».

È in ballo lo sviluppo del nostro paese, dove rischiano di scomparire tanti lavori e altrettante tradizioni. Il tasso demografico rappresenta il quadro di una popolazione vecchia con un basso numero di giovani. La «piramide» dell'età italiana, la rappresentazione grafica usata nella statistica demografica per descrivere la distribuzione per età di una popolazione, parla chiaro: siamo una nazione vecchia.

E non si trovano i modi per trasferire conoscenza e professionalità ai nuovi arrivati. La formazione, l'educazione e gli investimenti faranno la differenza. Il futuro dei giovani è nelle loro mani. E chi rimane con le mani in mano è perduto.

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