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Web, sì ma con buon senso

del 10/02/2011
di: di Manola Di Renzo
Web, sì ma con buon senso
Chi non lavora non va su Facebook. O viceversa? Le aziende di tutto il mondo si stanno interrogando riguardo l'accesso ai social network dei propri dipendenti. Chi svolge la propria occupazione al computer ha la possibilità di collegarsi via internet a siti detti «sociali» che connettono le persone in base a relazioni, gusti musicali, interessi vari. I numeri sono impressionanti.

Tra i più famosi c'è sicuramente Facebook, con una diffusione nel mondo di oltre 500 milioni di utenti. L'Italia è al sesto posto della classifica mondiale per tasso di penetrazione con almeno 18 milioni di registrati: quasi un terzo degli italiani. Poi ci sono Youtube per i video in «streaming», Twitter per il «microblogging» cioè 140 caratteri per comunicare cosa si sta facendo o cosa si pensa di un argomento, Myspace per la musica o Anobii per parlare di libri. L'universo dei media sociali è variegato e si sta diffondendo a macchia d'olio senza distinzioni di età o provenienza geografica. Il 2010 si è chiuso con il dato impressionante che vede Facebook come il sito più visitato dell'anno ai danni di Google. Ma come gestire l'accesso a questi siti per i dipendenti aziendali?

Le politiche delle imprese sono essenzialmente tre: accesso libero senza filtri; impossibilità totale di collegarsi alle reti web sociali o di svago (arrivando persino a oscurare siti di informazione) o accesso parziale e regolamentato, di solito con una apertura durante la pausa pranzo. Il nodo da sciogliere è: la produttività risente dell'uso dei social network? Secondo alcuni il «multi tasking», cioè la capacità di svolgere più azioni contemporaneamente, è tipica delle nuove generazioni. Se anche fosse, ne rimarrebbero fuori quelle «vecchie».

Ma cosa succede nelle amministrazioni pubbliche in cui il rischio di perdere tempo è alto anche senza questi siti? Poste Italiane, o le regioni Lombardia e Veneto e il Comune di Napoli hanno inibito i siti in questione, totalmente o parzialmente. In Gran Bretagna, Canada e Usa i social network sono bloccati perché sottraggono forze alla produttività, ma nel paese in cui anche il neoeletto presidente Obama è su Facebook esistono ambienti di socializzazione interna studiati per mantenere i contatti di lavoro e promuovere l'intercambio professionale e la formazione.

I social network possono essere un grande strumento di condivisione delle conoscenza. Sono da intendersi come media, e come tali non sono buoni o cattivi, ma dipende dall'uso che se ne fa.

Non vi è una normativa unificata che disciplini l'uso di internet in azienda. Il malcostume del dipendente non nasce certo con il computer o con il web. È sempre accaduto che si assentasse non solo per la pausa caffè, ma anche per andare a sbrigare delle piccole commissioni personali. Oggi ciò accade prevalentemente con internet. Quindi se da una parte è vero che per motivi di privacy non si può controllare l'accesso ai siti effettuato durante l'orario di lavoro, bisogna anche prendere atto di come si possa sottrarre tempo al lavoro. Basterebbe il buon senso, ma è risaputo che dall'uso all'abuso il passaggio è troppo veloce, specialmente In Italia dove il rispetto delle regole è aleatorio.

Il garante della privacy ha provato nel corso degli anni a mettere ordine approvando tra l'altro un provvedimento generale nel 2007, denominato «Lavoro: le linee guida del Garante per posta elettronica e Internet»: opera da una parte un bilanciamento tra il diritto del lavoratore a non veder violata la propria sfera personale con mezzi insidiosi quali quelli elettronici e dall'altro il potere di controllo e sanzionatorio del datore di lavoro. È una posizione sicuramente conflittuale. L'azienda ha diritto a effettuare controlli sull'utilizzo degli strumenti di lavoro, affinché non vi siano abusi o usi impropri durante le ore di lavoro. Attraverso il computer d'ufficio possono essere commessi reati o prodotti danni per i quali, a norma di legge, la stessa azienda sarebbe responsabile per omesso controllo.

Vogliamo stimolare una riflessione: è troppo chiedere un normale senso del dovere al lavoratore?

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