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Si rispettino i lavoratori

del 28/12/2010

Si rispettino i lavoratori

La nostra attenzione sul diritto del lavoro è sempre alta. Di recente le parti sociali hanno irrigidito le proprie posizioni nei confronti del governo, soprattutto dopo l'avvenuta approvazione del nuovo collegato al lavoro in materia di lavori usuranti, di riorganizzazione di enti, di congedi, aspettative e permessi, di ammortizzatori sociali, di servizi per l'impiego, di incentivi all'occupazione, di apprendistato, di occupazione femminile, nonché misure contro il lavoro sommerso e disposizioni in tema di lavoro pubblico e di controversie di lavoro. Su queste pagine abbiamo già parlato in passato del lavoro 'in nero', analizzandone i danni sull'intero sistema economico. Inoltre abbiamo sollevato perplessità sulle chiusure irragionevoli di alcuni attori del mondo del lavoro e dei sindacati.
Le attuali politiche di governo sembrano seguire il solco tracciato con l'orientamento dei mercati del lavoro, tendendo a valorizzare lo snellimento di nuovi modelli lavorativi. In particolare viene posto l'accento sulla flessibilità dei contratti di lavoro, affiancandoli a quelli più tradizionali, cercando di garantire medesime forme di tutela, al fine di favorire l'occupazione. È indubbio che il mercato del lavoro è in una fase di profondo cambiamento. Opporsi in modo granitico è inutile se non contro producente. Naturalmente tutto ciò è da ricondurre al cambiamento che sta attraversando la stessa contrattazione collettiva. Si continua ad affermare la necessità di una contrattazione decentrata più affine ai movimenti del mercato economico e del lavoro. Una contrattazione che osserva il contesto aziendale e territoriale, tenendo conto di: ambiti e fattori di rischio, organico, esigenze di conciliazione, strumenti e misure già esistenti, sviluppo dei percorsi professionali, formazione, valorizzazione delle differenze nella gestione delle risorse umane, presenza di rischi di discriminazione e verifica di presenza e necessità di iniziative per le pari opportunità. Solo che in questo caso, mentre il governo osserva le dinamiche di variazione del sistema, le menti di alcune delle parti sociali sono rinchiuse in vecchi stereotipi, ai quali non accettano di rinunciare.
L'atteggiamento si è poi inasprito quando sono state riviste le norme sul licenziamento dei lavoratori, che pur non contrapponendosi allo statuto dei lavoratori, ne possono limitare l'azione, attraverso la norma contenuta nel ddl lavoro, che allarga il ricorso all'arbitrato, ed è ritenuto un tentativo di aggirare, l'articolo 18. L'art. 18 recita: (…) “Il giudice con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento (…) o annulla il licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo (…) ordina al datore di lavoro, imprenditore o non imprenditore, che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze più di quindici prestatori di lavoro o più di cinque se trattasi di imprenditore agricolo, di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro. (…)”. Il lavoratore, dunque, che ritenga di essere stato licenziato senza una giusta causa o un giustificato motivo, può ricorrere al giudice. Se in sede giudiziaria viene accertata l'assenza di questi due requisiti, il giudice emette una sentenza con la quale può obbligare il datore di lavoro a riassumere il lavoratore licenziato. Questa norma è valida per tutti coloro che lavorano in aziende con più di 15 dipendenti. Ma il ministro del lavoro Sacconi ha ribadito chiaramente che “lo statuto dei lavoratori non è stato minimamente toccato”. L'introduzione dell'arbitrato è volta a favorire lo snellimento dei contenziosi, limitando la competenza del giudice e privilegiando l'arbitrato e la conciliazione per tutte le controversie di lavoro, tra cui quelle legate al trasferimento di azienda e al recesso. Viene privilegiato il canale dell'arbitrato nella risoluzione delle controversie tra datore di lavoro e dipendente. Quest'ultimo deve decidere però prima dell'insorgere della controversia se ricorrervi o meno. La stessa scelta non può avvenire prima della conclusione del periodo di prova o se non sono trascorsi 30 giorni dalla data di stipula del contratto. Dall'arbitrato sono esclusi i licenziamenti: resta quindi l'obbligo per il lavoratore, in caso di licenziamento, di rivolgersi al giudice del lavoro. Importante è anche l'art.31 del nuovo collegato, venuto fuori, dopo diverse modifiche, per definire: nell'arbitrato di equità si debba tener conto, oltre che dei principi generali dell'ordinamento, anche dei principi regolatori della materia, inclusi quelli derivanti da obblighi comunitari. In caso di impugnazione del lodo arbitrale la competenza sia, in unico grado, del tribunale in funzione di giudice del lavoro. La clausola compromissoria può essere pattuita non prima della conclusione del periodo di prova ovvero, ove non previsto, non prima di 30 giorni dalla stipulazione del contratto di lavoro. Inoltre la clausola compromissoria non può comunque avere a oggetto le controversie relative alla risoluzione del contratto di lavoro e può avere a oggetto solo controversie già insorte. Davanti alle commissioni di certificazione le parti possono farsi assistere da un legale di fiducia o da un rappresentante dell'organizzazione sindacale o professionale a cui abbiano conferito mandato.
Secondo il Cnai è sempre più importante accelerare le operazioni di rifacimento del nuovo statuto dei lavoratori, pur conservando quell'insieme di diritti universali e indisponibili, applicabili a tutti i rapporti di lavoro. È un processo difficile ma necessario.
Una recente sentenza del lavoro condanna le aziende con meno di 15 lavoratori. Parliamo quindi dell'art. 18 in riferimento alle aziende con meno di 15 dipendenti. Particolarmente interessante è apparsa la sentenza del giudice del lavoro C. Marsella in materia di tutela dei lavoratori, in caso di licenziamento, emessa di recente. Il caso esaminato riguardava più aziende, ognuna con meno di 15 dipendenti, ma che di fatto facevano capo a un'unica realtà aziendale, con l'utilizzo del personale dipendente indistintamente tra una ditta e le altre. Nella sentenza è stato affermato che l'art.18 si applica anche alle aziende con meno di 15 dipendenti “quando queste, unitamente ad altre aziende, diano luogo a un unico centro”. La sentenza, giudicata in contrasto con il principio del nuovo collegato al lavoro, a nostro parere è invece ampiamente in linea con l'obiettivo del ministero del lavoro. Infatti l'interesse principale rimane la tutela del lavoratore i dei suoi diritti, nell'ampio rispetto dell'attuale Statuto dei Lavoratori.
La sentenza censura anche l'utilizzo di lavoratori precari forniti dalle cooperative di servizi, utilizzati per svolgere le medesime mansioni dei lavoratori dipendenti. È un punto importante. Ricordiamo che la facoltà di ‘appaltare’ personale è lasciata alle società di somministrazione del lavoro, costituite secondo regole ben definite, mentre accade spesso che vi sono anche cooperative che di fatto noleggiano il personale. Ognuno dovrebbe svolgere il proprio lavoro, con le proprie competenze e secondo le regole. Solo così può funzionare il sistema in equilibrio. I lavoratori assunti dalle cooperative, inseriti in diversi contesti aziendali, frequentemente percepiscono retribuzioni inferiori a quanto riconosciuto al dipendente dell'azienda committente, a parità di mansione. Servirebbe un controllo maggiore e un rispetto delle leggi esistenti. Il rispetto dei diritti dei lavoratori garantisce uno sviluppo dell'intera economia.

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