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Il Collegato Lavoro è legge: come cambia il lavoro

del 13/12/2010

Il Collegato Lavoro è legge: come cambia il lavoro

Il 24 novembre 2010 è entrata in vigore la L. 183/2010 ovvero c.d. Collegato Lavoro che apre nuovi scenari nella gestione del rapporto di lavoro.
Numerose sono le novità introdotte: dal nuovo e potenziato ruolo delle commissioni di certificazioni destinate ad avere un nuovo ruolo, insieme ad altre sedi stragiudiziali nella risoluzione delle controversie di lavoro, ai nuovi termini per proporre il giudizio a seguito dell'impugnazione del licenziamento, fino alle deleghe in materie quali i congedi, i permessi e le aspettative, l’apprendistato, gli incentivi all’occupazione e l’occupazione femminile, fino alla revisione delle sanzioni in materia di lavoro irregolare e di orario di lavoro, per citare solo alcune delle novità.

Analizziamo, quindi, le novità principali principalmente quelle relative al processo del lavoro. A decorrere dal 24 novembre 2010 il tentativo di conciliazione è infatti divenuto facoltativo con un’unica eccezione e cioè quella prevista dall’art. 80, c. 4 D.lgs. 276/2003, che contempla l’ipotesi di contratto certificato presso le competenti sedi di certificazione (sulla gestione dei tentativi di conciliazione già avviati prima della data del 24 novembre 2010 si veda la nota del Ministero del Lavoro n. 3428 del 25 novembre 2010). Pertanto, con la nuova disciplina, chi intenderà far valere i propri diritti in materia di rapporto di lavoro “potrà” e non più “dovrà”, esperire il tentativo di conciliazione seguendo un iter abbastanza strutturato (nuovo testo dell’art. 410 c.p.c.): ciò riconduce, entro l’ambito dell’autonomia privata, la scelta in ordine alle modalità di risoluzione delle controversie di lavoro, nella forma di una conciliazione stragiudiziale ovvero nella forma tradizionale del ricorso diretto all’autorità giudiziaria, ovvero, ancora nella forma del giudizio arbitrale.
Sotto quest’ultimo profilo, tra le principali novità del Collegato, si segnalano proprio le diverse modalità di ricorso al giudizio degli arbitri e cioé:

  • presso la commissione di conciliazione (DPL) ai sensi dell’art. 412 c.p.c., ovvero presso le Commissioni di certificazione previste dall’art. 76 del D.Lgs. n. 276/2003 ai sensi dell’art. 31, comma 12 e 13 della L. n. 183/2010;
  • presso i collegi arbitrali previsti dalla contrattazione collettiva in base a quanto già stabilito dall’art. 412 ter c.p.c. ora riformulato;
  • presso collegi per arbitrato irrituale costituiti ad hoc e nominati dalle parti, ai sensi del nuovo art. 412 quater c.p.c..

Con le nuove disposizioni, anche nelle more del tentativo di conciliazione o al suo termine, in caso di mancata riuscita, le parti, a prescindere, quindi da una previsione in tal senso da parte della contrattazione collettiva, potranno conferire alla commissione di conciliazione il mandato a risolvere in via arbitrale la controversia. Tale mandato deve essere puntualmente specificato con l’indicazione del termine per l’emanazione del lodo e deve indicare le norme invocate dalle parti a sostegno delle loro pretese e l’eventuale richiesta di decidere secondo equità, nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento e dei principi regolatori della materia anche derivanti da obblighi comunitari.
Altra rilevante novità del Collegato da segnalare è l’art. 31, c. 10, il quale prevede che le parti possano inserire nei contratti di lavoro clausole compromissorie, certificate, che rinviano alle modalità di espletamento dell’arbitrato ai sensi degli artt. 412 e 412quater c.p.c.. Le modalità di pattuizione delle clausole compromissorie è rimessa, nel termine di 12 mesi dall’entrata in vigore della legge, agli accordi interconfederali o contratti collettivi di lavoro stipulati dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. In assenza degli accordi interconfederali la legge n. 183/2010 prevede che le modalità, previa promozione comunque dell’accordo, potranno essere determinate, in via sperimentale, dal Ministero del Lavoro con proprio decreto.
Infine, segnaliamo che, in base a quanto stabilito dall’art. 32 del provvedimento in esame, dal 24 novembre p.v., il lavoratore che intende promuovere azione – giudiziale o stragiudiziale - avverso un provvedimento di licenziamento deve farlo, a pena di inefficacia dell’impugnazione dell’atto, da proporsi con atto scritto nel termine di 60 giorni dalla comunicazione scritta dello stesso ovvero dei motivi del medesimo, entro i successivi 270 giorni. Tale procedura viene estesa anche ad altre fattispecie per le quali, prima della riforma, non era previsto alcun termine di impugnazione quali i licenziamenti che presuppongono la risoluzione di questioni relative alla qualificazione del rapporto di lavoro ovvero alla legittimità del termine apposto al contratto, il recesso del committente nei rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, anche nella modalità a progetto, il trasferimento del lavoratore ai sensi dell’art. 2103 c.c. nonché ad altre ipotesi aventi l’obiettivo di evitare l’eccessivo protrarsi nel tempo del rischio di contenzioso su situazioni giuridiche diverse, propriamente, dal licenziamento in senso stretto.

di Luca Failla
LABLAW – Studio Legale Failla, Rotondi & Partners

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