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Avvocati fuori dalla p.a.

del 03/12/2010

Avvocati fuori dalla p.a.

È legittima la normativa di uno stato membro dell'Unione europea che vieta ai dipendenti pubblici l'esercizio della professione di avvocato. Perché non va né contro il Trattato sulla libera concorrenza né contro la direttiva n. 98/5/Ce sull'esercizio della professione forense in uno stato diverso rispetto a quello dove si è acquisita la qualifica. Lo afferma la Corte di giustizia europea (sentenza C-225/09), che si è pronunciata sulla incompatibilità prevista dalla normativa italiana tra l'iscrizione all'albo e un impiego pubblico a tempo parziale, ribadita anche dalla riforma forense approvata in prima lettura al Senato. ‘Il Trattato’, affermano i giudici, “non osta ad una normativa nazionale che neghi ai dipendenti pubblici impiegati in una relazione di lavoro a tempo parziale l'esercizio della professione di avvocato, disponendo la loro cancellazione dall'albo degli avvocati”. E la direttiva 98/5/Ce, secondo la Corte Ue, “dev'essere interpretata nel senso che lo stato membro ospitante può imporre restrizioni all'esercizio concomitante della professione forense e di detto impiego, sempreché tali restrizioni non eccedano quanto necessario per conseguire l'obiettivo di prevenzione dei conflitti di interesse e si applichino a tutti gli avvocati iscritti in detto stato membro”. La domanda, nel dettaglio, verte sull'interpretazione della direttiva 77/249/CEE sulla libera prestazione di servizi da parte degli avvocati, e della direttiva del Parlamento europeo 98/5/Ce, volta a facilitare l'esercizio permanente della professione di avvocato. E riguarda due avvocati per i quali è stata emessa una delibera di cancellazione dall'albo degli avvocati di Perugia. Il giudice del rinvio ha richiesto se i principi del Trattato sulla libera concorrenza “ammettano una normativa nazionale che nega ai dipendenti pubblici impiegati in una relazione di lavoro a tempo parziale l'esercizio della professione forense, disponendone la cancellazione dall'albo”. “La Corte”, affermano i giudici, “ha già dichiarato che c'è violazione degli artt. 10 Ce e 81 Ce qualora uno stato membro imponga o agevoli la conclusione di accordi o rafforzi gli effetti di tali accordi, oppure revochi alla propria normativa il suo carattere pubblico delegando ad operatori privati decisioni di intervento in materia economica”. E il fatto che uno stato membro prescriva agli organi di un'associazione professionale di procedere d'ufficio alla cancellazione dall'albo dei membri che siano anche dipendenti pubblici a tempo parziale “non dimostra che lo stato abbia revocato alla propria normativa il suo carattere pubblico”. Pertanto, “le disposizioni del Trattato ammettono una normativa nazionale che neghi ai dipendenti pubblici impiegati in una relazione di lavoro a tempo parziale la possibilità di esercitare come avvocato, ancorché in possesso dell'apposita abilitazione”. Inoltre, il giudice ha chiesto se la possibilità per lo stato membro ospitante di disciplinare e di limitare l'esercizio di talune categorie di impieghi da parte degli avvocati iscritti in tale stato valga anche nei confronti degli avvocati che desiderino esercitare uno di tali impieghi solo a tempo parziale. La Corte ricorda che con la direttiva 98/5, il legislatore dell'Unione ha inteso porre fine alle disparità tra le norme nazionali relative ai requisiti d'iscrizione come avvocato. “Tuttavia”, spiega la Corte Ue, “l'iscrizione in uno stato membro ospitante assoggetta tali avvocati alle regole in vigore nello stato membro ospitante. Tali regole, contrariamente a quelle sui requisiti preliminari per l'iscrizione, non sono state armonizzate e possono divergere considerevolmente da quelle dello stato membro d'origine”.

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