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Posso annullare il mio matrimonio?

MATRIMONIO CANONICO

del 25/10/2010
Posso annullare il mio matrimonio?

Posso annullare il mio matrimonio? E’ questa la prima domanda che viene rivolta all’avvocato ecclesiastico. Ora, il termine “annullare” è errato dal punto di vista giuridico e fuorviante dal punto di vista delle aspettative e della effettiva portata della questione. Il matrimonio, per la Chiesa, è un Sacramento e sono date solo due possibilità: o viene ad esistenza oppure non viene ad esistenza ed è quindi nullo.

Il matrimonio nasce quando un uomo ed una donna (i nubenti), liberamente e coscientemente, dichiarano solennemente e pubblicamente che resteranno insieme per tutta la vita, saranno fedeli l’un l’altra per sempre ed accoglieranno tutti i figli che il Signore vorrà loro donare, senza eccezioni o riserve.
Il matrimonio quindi è certamente un Sacramento, ma è anche – per così dire - un “contratto” con un contenuto preciso e determinato, che non è possibile modificare a proprio piacimento (mi sposo ma non voglio figli; mi sposo ma non per sempre; mi sposo ma mi riprometto di essere infedele). Se uno dei due nubenti mente, simula cioè una volontà che in realtà non ha, il matrimonio è nullo.

La spiegazione è che si è esclusa – o rifiutata - una (o più d’una) delle caratteristiche essenziali del matrimonio, ovvero l’indissolubilità e l’unità (ci si sposa una volta sola e per sempre), la fedeltà (ci si astiene per sempre da rapporti sessuali con altre persone) e la prole (ci si impegna ad accogliere consapevolmente e responsabilmente i figli che il Signore vorrà donare).
Il “contratto” matrimoniale quindi, se ci si passa il termine, non è stato accettato in pieno e quindi non esiste, è appunto nullo.
A ciò, in effetti, si aggiunge, nel matrimonio, anche l’impegno a non escludere il cosiddetto bonum coniugum, ovvero il bene dell’altro coniuge, ma torneremo sul punto in seguito.
Vi è anche un’altra forma di simulazione, diversa da quelle esposte (simulazioni parziali), che è la cosiddetta simulazione totale; non è che si voglia un matrimonio diverso da quello stabilito da Dio e dalla Chiesa: non ci si vuole proprio sposare, ovvero - per meglio dire - si vuole solo porre in essere una “commedia” per raggiungere altri scopi: la cittadinanza, uno stato sociale, l’uscita di casa. Del matrimonio quindi non si vuole nulla, salvo la forma esteriore.

Ancora, le possibili cause di nullità del matrimonio non si esauriscono nel solo campo della cosiddetta simulazione.
Come dicevamo prima, il consenso dei coniugi deve essere manifestato liberamente e coscientemente. Innanzitutto, quindi, la manifestazione del consenso deve avvenire nelle forme stabilite dalla Chiesa, vale a dire l’impegno matrimoniale deve essere espresso esternamente, cioè alla presenza del Parroco di uno dei nubenti o davanti ad un sacerdote validamente delegato dal Parroco, oppure davanti all’Ordinario competente (Il Vescovo di cui è suddito almeno uno degli sposi, per semplificare), e davanti a due testimoni.
Si può dare il caso, quindi, che il matrimonio sia nullo per difetto della forma prescritta.

Tornando al tema della libertà, questa deve essere piena, ovvero esente sia da pressioni provenienti dall’esterno, sia da spinte nascenti dalla psiche della persona. Se le pressioni provengono dall’esterno, queste possono essere di due tipi : o una vera e propria violenza (fisica oppure morale) o il timore incusso da altre persone, per sottrarsi al quale l’unica scelta che si prospetta al nubente “intimorito” è il matrimonio. Il timore può anche essere incusso anche involontariamente o inconsapevolmente, purché chi prova il timore sia certo che, se non si sposa, andrà incontro a gravi conseguenze (la cacciata di casa, il “disonore” eccetera).
Il consenso, poi, deve essere libero anche da pulsioni interne del soggetto, il quale, per ragioni di natura psichica, non sia in grado di dominare la propria volontà, soccombendo alle spinte inconsce che gli impediscono di rendersi conto del passo che sta per compiere oppure, pur rendendosi conto delle conseguenze del matrimonio, non ha la forza psichica per opporvisi.
E’ un argomento su cui però sarà opportuno ritornare nel prosieguo.

Tornando alla definizione del matrimonio, il consenso matrimoniale deve essere anche consapevole.
E’ necessaria una minima conoscenza di ciò che il matrimonio è: un’unione stabile tra un uomo ed una donna, aperta alla procreazione, che si attua attraverso la “cooperazione” dei due sessi. In effetti, in tempi remoti, si dava il caso di fanciulle che pensavano che i figli venissero per Grazia celeste o per il calore promanante dai corpi giacenti nel medesimo letto coniugale. Sono questi i casi di ignoranza, che rende nullo il matrimonio. Non è ovviamente richiesto che i due coniugi sappiano alla perfezione il “kamasutra”, basta che abbiano quelle nozioni sulla riproduzione che si presumono acquisite con l’adolescenza.
La consapevolezza, o la debita conoscenza, del matrimonio che in concreto si sta celebrando esige anche l’assenza di errori. L’errore può cadere o sulla persona del futuro coniuge, oppure su qualità così determinanti per la scelta del coniuge da invalidare il consenso.
Il primo caso, l’errore di persona, è – anch’esso – un’ipotesi più di scuola che altro: voglio sposare Tizio e sposo invece il suo gemello Caio.
Il secondo caso, l’errore sulle qualità essenziali, è più particolare e più difficile da spiegare, anche perché molti, quando il matrimonio finisce malamente, “sentono” che il coniuge è una “persona diversa” da quella che immaginavano. Ciò non rileva ai fini della nullità, in quanto quello che il Legislatore canonico richiede è che l’errore cada su una qualità del futuro coniuge, che si desidera con tale intensità da condizionare alla sua esistenza il matrimonio. La qualità ricercata nel futuro coniuge è così predominante nella scelta da porre sostanzialmente la persona del coniuge, intesa come complesso delle altre sue qualità fisiche, morali, intellettuali e quant’altro, in secondo piano rispetto alla qualità desiderata. Un esempio può essere di aiuto; è il caso di chi voglia sposare un medico; non gli interessa se sia biondo o moro, alto o basso, intelligente o stupido: è necessario che sia un medico. Se si scopre che quello sposato non è un medico, il matrimonio è nullo. La qualità desiderata può essere sociale o morale, purché auspicabilmente di non poco conto, anche se in effetti la volontà di chi sbaglia assume un peso notevole. Come si comprende, è anch’essa una ipotesi di nullità che appartiene più che altro ad altri tempi ed ad altre culture; per esempio, presso alcuni popoli la verginità è una qualità così essenziale da condizionare in maniera esclusiva il consenso.

L’errore è una falsa rappresentazione della realtà che nasce in colui che erra, senza che l’altra persona ne abbia colpa. Può tuttavia accadere che l’errore sia il frutto di macchinazioni altrui, fatte per indurre in errore circa una qualità essenziale, tale cioè da influire gravemente sulla vita matrimoniale. E’ il caso per esempio di chi menta sulla propria infertilità o sterilità. In questo caso la persona non cade in errore per sua colpa, ma perché un’altra persona, che può anche essere diversa da quella che si vuole sposare, pone in essere un inganno. Un altro esempio è quello di chi taccia su una propria grave malattia genetica, o su una infermità mentale al fine di indurre al matrimonio.

L’errore infine può cadere non sulla persona ma sulle caratteristiche del matrimonio, per esempio sulla indissolubilità. Tuttavia, tale errore deve essere così radicato nella persona da costituire sostanzialmente una forma di rifiuto di tale fondamentale caratteristica: mi sposo solo perché ritengo che il matrimonio non sia vincolante.

Sopra accennavamo alla libertà interiore, che deve essere piena nei due nubenti. Ciò ci introduce in una diversa sfera dei vizi che possono cagionare la nullità del matrimonio, vale a dire l’incapacità matrimoniale di chi, al momento del consenso, del matrimonio, soffre di alterazioni dell’intelletto o della volontà tali da impedirgli di porre in essere un valido matrimonio. Le fattispecie considerate dalla legislazione canonica sono tre: l’incapacità di chi difetta dell’uso di ragione, l’incapacità di chi difetta gravemente della discrezione di giudizio circa i diritti ed i doveri matrimoniali essenziali, ed infine l’incapacità di chi, per cause di natura psichica, non è in grado di assumere le obbligazioni matrimoniali essenziali.
Il primo caso è forse il più chiaro: è l’ipotesi di chi il giorno delle nozze, per fare un esempio, si presenta all’altare ubriaco “fradicio”, o in stato di allucinazione indotto da stupefacenti. Vi è poi l’ipotesi di chi è privo di ragione non per un episodio concomitante con il matrimonio, ma per una grave malattia psichica precedente e concomitante al matrimonio (la schizofrenia grave e conclamata eccetera).
Il secondo caso è invece più difficile a spiegare; è l’ipotesi di chi “difetta gravemente della discrezione di giudizio”, ovvero non si rende conto degli obblighi e dei diritti essenziali che caratterizzano il matrimonio, riferiti però a quella persona che si sta per sposare, in quel momento ed in quelle circostanze. E’ anche il caso di chi non è in grado di esercitare una libera volontà, per perturbazioni psichiche, sul consenso matrimoniale. La semplificazione più immediata sarebbe quella di parlare di “immaturità”, tuttavia – come tutte le semplificazioni – è incompleta ed infine errata.
Non si parla infatti della generica immaturità, di cui soffrono tutti in giovane o giovanissima età, ma di una vera e propria perturbazione psicologica, tale da oscurare la ragione, intesa come cooperazione dell’intelletto e della volontà. In sintesi, è il caso sia di chi è affetto, sempre al tempo del matrimonio, da malattie psichiche non così gravi da impedire l’uso di ragione, sia di colui il quale versa in stati di confusione psichica indotti da circostanze passeggere (per esempio un lutto, una gravidanza indesiderata eccetera) che possono influire sulla libertà del consenso oppure sulla possibilità di rendersi conto appieno del matrimonio che si sta per concludere.
Infine, la terza ipotesi, ovvero l’incapacità di assumere gli obblighi matrimoniali essenziali, riguarda coloro i quali, per cause psichiche, non hanno alcuna difficoltà a comprendere il matrimonio, né sono impediti nella loro libertà interiore, ma non possono assumere (e quindi si suppone adempiere) le obbligazioni essenziali del matrimonio (indissolubilità, prole e fedeltà). E’ il caso, per esempio, della ninfomania per la donna (o satiriasi per l’uomo), una patologia che impedisce alla parte di rimanere fedele persa com’è nella ricerca continua ed insoddisfatta di sazietà sessuale. Attingendo ad un esempio di mons. Josè Maria Serrano, uno dei maestri del diritto canonico e mio professore all’Università, si può pensare, per analogia, al caso di una ragazza che ami la danza, che conosca perfettamente i passi di danza, che sappia a memoria i nomi dei più grandi ballerini e ballerine e che vorrebbe danzare, ma che è poliomielitica. Non si dubita quindi che la ragazza sappia che cosa vuole, né che non sia in grado di comprendere la materia, semplicemente non può danzare. Riportando l’analogia nel campo matrimoniale, un omosessuale maschio (per fare un altro esempio) può volersi sposare con una donna, può sapere perfettamente che cosa si richieda nel matrimonio, ma la sua “natura” gli impedisce di donarsi pienamente e totalmente alla moglie, cosa che ovviamente non è motivo di biasimo o colpa per nessuno dei due.

Ciò ci consente di concludere una parte di questo breve volo d’uccello su una materia vasta e complessa, che qui si è solamente sfiorata senza alcuna pretesa né di scientificità né di profondità. In tutto quanto abbiamo esposto, manca apparentemente un elemento che a noi “moderni” sembra ineludibile ed essenziale nel matrimonio: l’amore. In realtà, non è vero che la Chiesa si disinteressi dell’amore, anzi il vero amore è quello che vuole essere eterno, che vuole perpetuarsi nei figli che nasceranno dall’unione con l’amato, che esige la fedeltà e l’esclusività dei rapporti con l’amato, che desidera solo il bene dell’amato e dei figli, ovvero – in pratica – l’amore coniugale. Tutte le altre ipotesi sono semplicemente ombre del vero amore, frutto di una cultura superficiale ed edonistica o di una visione romantica romanzata dei veri sentimenti.

All’inizio parlavamo del bonum coniugum, ovvero del bene dei coniugi o meglio dell’altro coniuge, che non deve essere escluso dal consenso coniugale.
La giurisprudenza della Rota Romana, la Sacra Rota, ci dice che è riduttivo chiudere il matrimonio entro i ristretti limiti del mantenimento dell’indissolubilità, dell’apertura ai figli e della fedeltà, esiste anche un qualche cosa di più che è dato dal volere il bene dell’altro, di avere un comportamento che sia almeno di affetto e condivisione minima della vita coniugale intesa nel suo senso più ampio, che non è la mera comunione di casa, letto e mensa, per citare qualche sentenza.

Infine, non tutti possono contrarre matrimonio, in quanto vi sono degli impedimenti fissati dalla Chiesa. Gli impedimenti matrimoniali sono numerosi e – alcuni – desueti, ma ne diamo una breve sintesi.
Non può contrarre validamente il matrimonio l’uomo prima dei sedici anni compiuti e la donna prima dei quattordici (impedimento di età). Impedisce un valido matrimonio l’impotenza a porre in essere la copula coniugale, che sia perpetua ed antecedente il matrimonio (impedimento di impotenza). Si deve precisare che invece la sterilità non impedisce né dirime (scioglie) il matrimonio. Non può contrarre matrimonio chi ha un precedente vincolo matrimoniale canonico valido (impedimento di legame). E’ impeditiva alla validità del matrimonio la circostanza che uno dei coniugi sia battezzato e l’altro no (impedimento di disparità di culto). E’ impedito a contrarre matrimonio chi è stato costituito negli Ordini sacri (diaconato, sacerdozio, episcopato), costituendo questo il cosiddetto impedimento di Ordine. Fanno eccezione i cosiddetti Diaconi permanenti, ovvero coloro che, dopo il matrimonio ed avendo compiuto l’età minima prescritta (35 anni) ricevono l’ordine del diaconato. Contrae un matrimonio nullo chi ha emesso un voto pubblico e perpetuo di castità in un istituto religioso (impedimento di voto). Non sorge valido matrimonio tra il rapitore e la donna rapita (impedimento di ratto), almeno fino a quando la donna non sia stata restituita ai suoi cari e si trovi in luogo sicuro e decida liberamente di sposarsi. Contrae un matrimonio nullo chi uccide il coniuge della persone che intende sposare o il proprio consorte (impedimento di crimine). Non contrae validamente matrimonio chi è legato da vincoli di parentela o di affinità nei confronti dell’altro coniuge (impedimento di parentela o affinità). E’ parimenti nullo il matrimonio tra una persona e il figlio della persona con cui vi è stato concubinato notorio o pubblico (impedimento di pubblica onestà). Infine è nullo il matrimonio tra adottante ed adottato e fra adottante ed i figli dell’adottato, nonché nel secondo grado della linea collaterale fra adottante e fratello o sorella dell’adottato (impedimento di adozione).
Con questo elenco si concluderebbe la nostra breve disamina.
Vi è tuttavia un caso che erroneamente viene compreso tra i casi di “annullamento”, ovvero il matrimonio “rato ma non consumato”. In questo caso, c’è un matrimonio valido sotto tutti i punti di vista, solo che i coniugi non hanno mai consumato il matrimonio, ovvero non hanno mai perfezionato la copula coniugale. Il matrimonio è rimasto, per così dire, “imperfetto” e quindi i coniugi (uno o l’altro o insieme) possono chiedere la grazia al Romano Pontefice di dispensarli dal matrimonio, anche e soprattutto per motivi di coscienza.

La differenza tra matrimonio nullo e matrimonio dispensato è rilevante anche per lo stato italiano. Nel caso di matrimonio dichiarato nullo dai tribunali della Chiesa, i coniugi possono chiedere la cosiddetta delibazione della sentenza canonica. Possono cioè far sì che, attraverso un controllo da parte della Corte d’Appello civile italiana, la sentenza canonica produca i suoi effetti anche per lo Stato italiano, in determinati casi ed in determinate circostanze; il matrimonio, cioè, non è mai esistito nemmeno ai fini civili (sono sempre e comunque fatti salvi i diritti dei figli).
Nel caso di dispensa dal matrimonio rato ma non consumato, trattasi di un atto amministrativo interno alla Chiesa, una grazia appunto, che in quanto tale non ha alcun effetto civile.


Verona, lì 25 ottobre 2010

Avv. Alessandro Toffaletti
Avvocato della Rota Romana
Ordine degli Avvocati di Verona


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