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Non è bancarotta vendere quote acquisite pre-fallimento

del 14/10/2010

Non è bancarotta vendere quote acquisite pre-fallimento

Non risponde di bancarotta fraudolenta patrimoniale l'imprenditore dell'azienda in crisi che vende titoli azionari intestati a suo nome, e comprati con i soldi della società prima del fallimento. Lo hanno stabilito le Sezioni Unite penali della Cassazione che, con la sentenza 36551 di ieri, hanno annullato con rinvio la condanna dell'amministratore di una società di calcio pugliese per bancarotta fraudolenta. L'unica condotta penalmente rilevante, ha chiarito il Massimo consesso di Piazza Cavour, è l'acquisto dei titoli con i soldi della società, se le azioni sono nominative e non è ravvisabile una loro titolarità in capo all'azienda. Il caso a Taranto. L'uomo era stato condannato perché, durante la procedura di fallimento, aveva distratto in proprio favore quasi 180 mila euro provenienti dalla vendita di quasi trentamila azioni a lui intestate, che di fatto non erano mai entrate nella disponibilità della società amministrata. Per comprare le azioni, l'imprenditore aveva invece attinto ai fondi della società sportiva. Il Collegio di legittimità, annullando la sentenza di condanna, ha ritenuto che andasse mutato il capo d'imputazione, poiché "la condotta di depauperamento del patrimonio aziendale, posto a garanzia delle ragioni dei creditori, non può essere ravvisata nell'alienazione di titoli azionari nominativi", quanto piuttosto andava individuata nel pregresso prelievo dal conto corrente societario della somma per acquistare i titoli. Secondo gli Ermellini non c'era comunque alcuna violazione del diritto difesa, in quanto "l'imputato, attraverso l'iter del processo, era venuto a trovarsi nella condizione concreta di difendersi in ordine all'oggetto di imputazione". In proposito le Sezioni unite hanno inoltre precisato che "per aversi mutamento del fatto occorre una trasformazione radicale, nei suoi elementi essenziali, della fattispecie concreta nella quale si riassume l'ipotesi astratta prevista dalla legge, sì da pervenire ad una incertezza sull'oggetto dell'imputazione da cui scaturisce un reale pregiudizio dei diritti di difesa". Insomma gli Ermellini hanno rispedito gli atti al mittente. Ora la Corte d'Appello di Lecce, in diversa sezione, dovrà rivalutare la condanna dell'imprenditore alla luce del principio affermato dalle Sezioni unite. Sul fronte del contrasto riguardante la bancarotta il Collegio esteso no ha fornito alcuna spiegazione dal momento che l'esame di questo motivo non ha permesso di esaminarlo.

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