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Cassazione: incarico soppresso, licenziamento ok!

del 16/04/2013

Cassazione: incarico soppresso, licenziamento ok!

Se un’azienda delega una mansione a un’agenzia esterna, sopprimendo di fatto un incarico interno, ecco legittimato il licenziamento, ma solo a patto che il datore di lavoro possa dimostrare l’impossibilità di ripescaggio del dipendente licenziato.

È in pratica quanto è stato disposto da una recente sentenza della Corte di Cassazione: la n. 6346 del 13 marzo 2013.

La sentenza deriva da una vicenda accaduta in un’azienda di ricerca, produzione e vendita di prodotti farmaceutici.

All’interno di tale impresa, vigeva un servizio interno di infermeria messo a disposizione del personale sia per i controlli periodici sia per la fase antecedente l’inserimento di nuovo personale al fine di verificarne le buone condizioni fisiche

Grazie ad una politica aziendale, l’azienda ha scelto di decentralizzare il servizio di infermeria scegliendo quindi di affidare tale ad una ditta esterna.

Dopo tale decisione, l’infermiera fino ad allora impiegata con regolare contratto d’assunzione presso l’azienda per l’espletamento delle funzioni infermieristiche, è stata licenziata.

La spiegazione addotta dall’azienda per “scusare” tale licenziamento, è ricondotta a un motivo oggettivamente giustificato, data la soppressione del servizio.

Chiaramente, l’ex dipendente non ha atteso molto per presentare ricorso contro il licenziamento che ha considerato ingiusto, ma sia nel primo quanto nel secondo grado di giudizio, il ricorso non è stato accolto.

La Corte di Cassazione infatti, ha ravvisato nella delocalizzazione del servizio infermieristico la giusta causa del licenziamento, dando così pienamente ragione all’azienda.

Vediamo nel dettaglio come si sono svolte le cose.

In Corte d’Appello, i Giudici hanno dato ragione all’azienda ravvisando – relativamente la produttività aziendale e la gestione organizzativa del lavoro – una solida coerenza che ha legittimato il licenziamento.

Relativamente l’eventuale ripescaggio della dipendente licenziata – che l’azienda non ha comunque proposto – la Corte Suprema ha potuto sollevare un’eccezione contro l’ex dipendente, che ne ha - di fatto - decretato la perdita del diritto al reinserimento e al ripescaggio: in effetti la dipendente licenziata non aveva mai pensato di proporre e comunicare ufficialmente all’azienda mansioni alternative a quelle svolte normalmente, prendendo in considerazione la possibilità futura di poter essere ricollocata in una diversa posizione aziendale.

Anche la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso e le rimostranze dell’ex dipendente.

La motivazione è semplice: nella realtà dei fatti, il business dell’azienda nulla ha a che fare con l’attività prettamente infermieristica  erogata come servizio interno ai propri dipendenti, legittimando così la soppressione del posto di lavoro. Poiché – come è stato precedentemente scritto – la lavoratrice non aveva pensato bene di garantirsi un futuro lavorativo all’interno dell’azienda proponendo una sua eventuale propensione ad una diversa mansione, l’azienda ha potuto avvalersi totalmente del diritto al licenziamento per giustificato motivo.

A conferma delle proprie ragioni di non ricollocazione della risorsa licenziata poi, l’azienda ha anche prodotto alcune “prove”: la stipula di soli due contratti di lavoro con data successiva al licenziamento dell’infermiera. Oltretutto, in settori assolutamente dissimili: una persona difatti è stata assunta nel settore controllo qualità mentre la seconda risorsa è stata impiegata alla manutenzione elettrica, chiarendo del tutto il fatto che l’ex dipendente non è stata di fatto rimpiazzata.

A questo punto quindi, la Corte di Cassazione – forte delle precedenti sentenze – ha potuto rigettare il ricorso dell’ex dipendente rendendo il licenziamento definitivo.

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