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Commissione Europea: al lavoro ancora fumo passivo

del 15/03/2013

Commissione Europea: al lavoro ancora fumo passivo

La Commissione Europea lancia un dato terrificante: è il posto di lavoro il luogo in cui si registra il più alto tasso di persone esposte ai danni del fumo passivo.

Proprio così: nonostante la Legge (ormai dal lontano 1 gennaio 2005) tuteli i non fumatori vietando il fumo in ogni luogo pubblico e, nonostante nel semestre scorso il dato legato all’esposizione al fumo passivo  nei bar (-11%) e nei ristoranti (-7%) sia sceso sensibilmente, il dato legato al posto di lavoro è lievitato fino a registrare un +41%. Un netto incremento che funge da valido segnale, denunciando come, seppur in modo occasionale, il consumo delle “bionde” sia molto di moda negli uffici. Insomma sembra che sia davvero difficile la rinuncia a fumare una sigaretta comodamente seduti in ufficio e noi ci siamo voluti chiedere il perché.

Sicuramente le motivazioni principali sono due, ossia:

-da un lato l’ufficio è il luogo in cui si passa la maggior parte della giornata e spesso non si può usufruire di un luogo esterno per fumare una sigaretta;

-dall’altro, il luogo di lavoro è sicuramente l’ambiente in cui è più difficile ribellarsi.

Rispetto ad un bar, in cui se un fumatore prova ad accendere una sigaretta rischia il linciaggio, quando ci si trova alle prese con un datore di lavoro che, non curante delle altrui esigenze, pretende di fumare in ufficio, il discorso si fa decisamente più complicato.

Basti pensare che nei bar l’esposizione al fumo passivo è diminuita drasticamente dal 2009 (46%) al 2012 (28%). Questo perché sicuramente nei locali pubblici i vari clienti si sentono maggiormente liberi di far valere i propri diritti, e si sentono maggiormente autorizzati a riprendere un fumatore poco rispettoso piuttosto che sul posto di lavoro.

Un altro aspetto importante, portato alla luce dal rapporto, riguarda le ripercussioni economiche che la legge antifumo ha avuto sugli esercizi commerciali. Al di là di ogni aspettativa, sembra che la maggiore tutela della salute non solo non abbia intaccato i guadagni dei bar e dei ristoranti, ma in alcuni casi è stato dimostrato come abbia addirittura avuto effetti positivi, rimpinguando le casse dei suddetti esercizi pubblici.

Al contempo, però, si denuncia anche il grave stato di arretratezza in cui versano moltissimi Stati Membri. In molti Stati, infatti, non esiste una specifica legge antifumo, ovvero se c’è non viene totalmente rispettata.

In ultima analisi, possiamo evidenziare anche come nell’arco temporale che va dal 2005 al 2011, sul territorio italiano sono stati eseguiti 22 mila controlli, che hanno portato all’emissione di ben 1.478 sanzioni.

Queste ultime possono essere ulteriormente analizzate nel dettaglio, specificando che:

-554 sanzioni sono state inflitte a soggetti che stavano fumando una sigaretta in un luogo non consentito;

-924 sono state emesse per non aver attuato regolarmente il divieto di fumo. Un esempio è il caso dell’esercente che non espone il cartello di divieto all’interno del locale commerciale.

Una denuncia prettamente italiana deve invitare a riflettere. Sembra essere tricolore la difficoltà riscontrata nel far rispettare la Legge antifumo, proprio nei luoghi in cui la coscienza dovrebbe arrivare prima della Legge. Stiamo parlando di nosocomi, case di cura, parchi pubblici, prigioni. Tutti luoghi in cui  il divieto di fumo dovrebbe essere un’ovvietà e in cui invece, per un motivo o per un altro, la sigaretta è sempre presente!

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