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Lavoratore inattivo? Illegittimo il licenziamento

del 25/02/2013

Lavoratore inattivo? Illegittimo il licenziamento

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 1693/2013, statuisce che il datore di lavoro non può costringere all’inattività un lavoratore e poi licenziarlo.

La vicenda è quella di un lavoratore che, una volta demansionato, veniva costretto progressivamente a rimanere inattivo. Iniziava quindi a recarsi al lavoro costantemente in ritardo.

Passato un po’ di tempo, l’azienda lo licenziava per giusta causa, per non aver rispettato l’orario di lavoro.

Il lavoratore presentava ricorso al Tribunale, chiedendo di dichiarare l’illegittimità del licenziamento, ordinare il reintegro nel posto di lavoro e la condanna al risarcimento dei danni. Il Tribunale accoglieva la domanda di risarcimento ma non quella di reintegro.

Ricorreva quindi in appello e questa volta otteneva oltre all’accoglimento della domanda di risarcimento anche quella di reintegro in azienda.

A questo punto l’azienda ricorreva in Cassazione la quale confermava l’illegittimità del licenziamento. La motivazione risiede nel fatto che il comportamento del lavoratore, oggetto di licenziamento, è stato conseguenza del demansionamento attuato dall’azienda.

Dunque, la tesi avanzata dalla Corte è la seguente: se il lavoratore viene adibito a  mansioni inferiori rispetto alle proprie, il suo rifiuto di lavorare è legittimo, qualora esso risulti direttamente proporzionale al comportamento illegittimo del datore di lavoro.

In ogni caso ogni situazione deve essere oggetto di valutazione da parte del giudice di merito: questi infatti dovrà comparare gli inadempimenti delle parti, valutando la buona fede del rifiuto ad adempiere.

In particolare, la Corte ha sostenuto che non è in buona fede il rifiuto del lavoratore che si sottragga ad un adempimento importante (un inadempimento è considerato poco importante in rapporto all’interesse dell’altro contraente). Nel nostro caso l’azienda ha tollerato i ritardi del lavoratore per due mesi e non lo ha sottoposto a provvedimenti disciplinari: al termine dei due mesi ha intimato il licenziamento. La tardiva contestazione da parte dell’azienda è stata letta come mancanza di interesse all’esercizio del suo diritto potestativo di licenziare il dipendente.

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