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Tasse sulle barche per tutti: art. 16 D.L. 201/2011

del 13/07/2012

Tasse sulle barche per tutti: art. 16 D.L. 201/2011
La tassa di stazionamento sulle imbarcazioni da diporto è stata introdotta inizialmente con l’articolo 16 del D.L. 201/2011, c.d. “Manovra salva Italia”, nell’ambito delle cosiddette imposte sui beni di lusso.
Il comma 1 del succitato articolo prevede, inoltre, il pagamento di un’addizionale erariale da versare al Fisco pari a 20 euro per ogni KW eccedente i 185.
Al comma 11 viene poi introdotta l’imposta sugli aeromobili privati.
La tassa di stazionamento per imbarcazioni e navi (si parla di nave oltre i 24 m), viene introdotta con il comma 2 del medesimo articolo.
Tuttavia, sarebbe più corretto dire "reintrodotta", giacché in passato esisteva già un simile tributo gravante sulle unità da diporto, abolito dall’art. 15 della Legge n.172 del 15 luglio 2003, nell’ambito della riforma della nautica “Disposizioni per il riordino e il rilancio della nautica da diporto e del turismo nautico”.

Con la prima versione del D.L. 201/2011, la tassa di stazionamento doveva essere calcolata in base a due differenti criteri: la lunghezza dello scafo ed i giorni in cui l’unità da diporto si trovasse a navigare o essere ancorata in acque pubbliche nazionali.
Erano stati dunque previsti nove “scaglioni”, partendo da un minimo di 5,00 euro per le unità da 10 a 12 metri, sino a raggiungere un massimo di 703,00 euro per le navi con scafo superiore ai 64 metri; questi importi andavano pagati per ogni giorno in cui l’imbarcazione navigasse o sostasse ancorata sulle acque nazionali. Un super-yacht di oltre 64 metri, se lasciato su acque pubbliche per 365 giorni avrebbe dunque dovuto allo Stato 256.595 euro.

Successivamente, con la conversione in legge del c.d. “Decreto Liberalizzazioni” del 24 gennaio 2012, il testo originario è stato ampiamente emendato introducendo considerevoli correttivi: in pratica si passa da quella che era stata concepita come una tassa di stazionamento ad una tassa di possesso dove il presupposto oggettivo diviene “tout court” la dimensione dell’unità da diporto ed a nulla più rilevano i giorni in cui la stessa viene bagnata dalle acque nazionali.
Quello che non cambia rispetto alla prima formulazione è invece il presupposto soggettivo dell’imposta: sono tenuti pertanto a pagare i proprietari, usufruttuari, acquirenti con patto di riservato dominio o utilizzatori a titolo di locazione finanziaria.
L’onere per il contribuente diviene significativamente meno gravo e questo è tanto più vero quanto più aumentano le dimensioni dell’imbarcazione. Si parte da 800,00 euro all’anno per le barche da 10,01 a 12 metri di lunghezza per arrivare a 25.000 euro per le navi con scafo superiore ai 64 metri.
L’imposta massima configurabile con l’attuale normativa è dunque solamente il 10% di quella che si sarebbe potuta pagare con la prima formulazione della legge, un bello sconto, insomma, per i proprietari di questi giganti dei mari.

Sono poi previste una serie di riduzioni ed esenzioni particolari.

La tassa è ridotta alla metà per quelle unità con scafo di lunghezza fino a 12 metri, utilizzate esclusivamente dai proprietari residenti, come propri ordinari mezzi di locomozione, nei Comuni ubicati nelle isole minori e nella Laguna di Venezia, nonché per le unità a vela con motore ausiliario il cui rapporto fra superficie velica e potenza del motore espresso in Kw non sia inferiore a 0.5.

Sono escluse, invece, dalla tassa le unità nuove con targa di prova, che siano nella disponibilità, a qualsiasi titolo, del cantiere costruttore, manutentore o del distributore, ovvero quelle usate ritirate dai medesimi cantieri o distributori con mandato di vendita ed in attesa del perfezionamento dell’atto, ovvero le unità che provengono da contratti di locazione finanziaria risolti per inadempienza dell’utilizzatore.
Allo scopo di sviluppare la nautica da diporto, la tassa non si applica, inoltre, alle unità predette per il primo anno dalla prima immatricolazione.

L’imposta si paga con il modello F24, va versata entro il 31 maggio e copre l’intero periodo compreso tra il 1° maggio ed il 30 aprile dell’anno successivo.
Qualora, invece, il presupposto si sia realizzato dopo il primo giorno dello stesso mese di maggio, l’obbligazione tributaria deve essere assolta entro la fine del mese successivo.

Le sanzioni in caso di omesso, tardivo o parziale versamento vanno dal 200% al 300% del tributo omesso, oltre all’importo dello stesso se derivano da attività di accertamento, ma è sempre possibile beneficiare dell’istituto del ravvedimento operoso pagando 1/8 del minimo, quindi il 25%, quando ricorrono le condizioni.

Dott. Gabriele Crotti
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